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Che cos'è successo alla reputazione di Israele?

 

 

Premessa: tratto da qui. Nella foto: episodi di delegittimazione di Israele.

 

La delegittimazione di Israele è una strategia di guerra diplomatica che utilizza forme di:
- demonizzazione
- distorsione storica
- boicottaggio
e che definisce lo Stato di Israele come un paria della storia, negando il suo diritto all'esistenza e, di conseguenza, all'autodifesa.
Questa guerra diplomatica contro Israele ha inizio durante la guerra fredda, con l'approvazione della assurda risoluzione che equiparava Sionismo a razzismo all'Assemblea Generale dell'ONU nel 1975 (Risoluzione poi abrogata dall'ONU come si legge qui). Se tuttavia negli anni '70, '80 e '90, la delegittimazione era strutturata in un contesto storico e ideologico dominato dalla guerra fredda, ora la delegittimazione è inserita in un quadro internazionale dominato da una forma distorta della logica dei diritti umani e del terzomondismo, promossa anche dall'ideologia di sinistra.
Gli attori più attivi nelle campagne di delegittimazione sono, infatti, le ONG (organizzazioni non governative), che si sono affermate col nuovo millennio come i principali attori non-statali nell'arena internazionale. La visione ideologica terzomondista e pacifista del conflitto arabo-israeliano nello specifico, e del Medio Oriente in generale, restituisce Israele alla storia come la causa delle sofferenze del popolo palestinese (che è una visione del tutto errata e distorta).

Di conseguenza, gli interventi di cooperazione a favore dei palestinesi si spiegano attraverso la matrice ideologica anti-israeliana, con un duplice effetto: da una parte non si considerano i problemi propri della società palestinese, impedendo un reale sviluppo, dall'altra si acuisce il conflitto, basando l'appoggio ai palestinesi sulla condanna di Israele, che trova terreno fertile per il dilagare dell'odio anti-israeliano.

 

Leggiamo ora un'analisi dell'ambasciatore Michael Oren riguardo la reputazione di Israele.

 

Quest'anno Israele sta celebrando (...) una serie di successi che avrebbero sorpreso anche i suoi fondatori più visionari. Israele è una delle piccole nazioni più potenti nella storia (...). Ha fatto fiorire un'aridità selvaggia e ha accolto 1,25 milioni di immigrati (...). Gli israeliani hanno combattuto, lottato, si sono sacrificati per superare la più grande delle sfide: creare una società nuova (...) in cui l'orgoglio e la fiducia hanno preso il posto della disperazione generata da secoli di sofferenze e persecuzioni.

Con queste parole la rivista Life descriveva Israele in occasione del suo 25° anniversario, nel maggio del 1973. Con uno speciale di 92 pagine, intitolato "Lo spirito di Israele", la rivista aveva usato parole di lode per lo stato ebraico, descritto come illuminato, democratico, e come "una terra di glorioso successo" che ha osato "sognare e fare del sogno realtà".

Le pagine di Life hanno raccontato la storia della nascita di Israele dalla Bibbia alla Shoah, descrivendo la lotta per l'indipendenza. "Le minacce sanguinarie degli arabi", scriveva l'autore, "mettono a serio repentaglio la storica promessa: Mai Più!". Quattro pagine sono state dedicate agli "attacchi terroristici degli arabi" e i tre paragrafi dedicati alla West Bank lodavano l'amministrazione israeliana per il "rispetto dimostrato verso i leader arabi" e per "l'assunzione di decine di migliaia di arabi". La parola "palestinese" è stata utilizzata di rado.

Una descrizione panoramica di Gerusalemme descriveva la città come "il punto focale delle preghiere ebraiche per 2.000 anni" così come il nucleo dei nuovi quartieri ebraici. La rivista sottolineava la situazione dei confini prima del 1967, quando Israele era "un piccolo e desertico appiglio ben poco difendibile". La foto di copertina mostra un padre israeliano che abbraccia la figlia sullo sfondo di un insediamento appena nato, a dimostrazione del diritto di Israele alla terra.

Una qualsiasi rivista di ampia tiratura descriverebbe oggi lo stato ebraico con le stesse parole? Improbabile. Piuttosto potrebbe darsi che i lettori apprendano della superpotenza militare di Israele, della condotta brutale durante i combattimenti e dell'erosione dei valori democratici, oltre che leggere della difficile situazione in cui versano i palestinesi e dell'intransigenza israeliana. I fotografi mostrerebbero non studenti moderni e artisti all'ultima moda, bensì soldati ai check-point e religiosi radicali.

Perché l'immagine di Israele è deteriorata? Dopo tutto, Israele è oggi più democratico e ancor più impegnato per la pace nonostante le minacce che deve affrontare.

Alcuni sostengono che Israele sia oggi una potenza mediorientale che minaccia i propri vicini, mentre l'immigrazione di conservatori e immigrati ha spinto Israele a destra, convinti che le politiche di Israele riguardo ai territori contesi dal 1967, al processo di pace e agli insediamenti siano le più dannose.

Israele può esser considerato il Golia rispetto ai palestinesi, ma nel contesto regionale Israele è un David. A Gaza ci sono 10.000 missili, molti dei quali possono colpire Tel Aviv, mentre Hezbollah in Libano ha 50,000 missili che possono colpire tutto il territorio israeliano. In tutto il Medio Oriente ci sono Paesi in subbuglio con immensi arsenali. L'Iran sta sviluppando armi nucleari mentre promette di cancellare Israele dalla mappa. Israele rimane l'unico stato al mondo sotto minaccia di annientamento.

In Libano, in Cisgiordania e a Gaza, Israele ha agito in autodifesa dopo aver subito il lancio di migliaia di missili e gli attacchi dei terroristi suicidi contro i nostri civili. Pochi Paesi hanno combattuto per motivi più giusti, pochi Paesi hanno dimostrato più contenimento nei combattimenti e nessun altro stato ha riportato una proporzione civile-militante più bassa. Israele si è ritirata dal Libano e da Gaza per perseguire la pace e ha ricevuto in cambio guerra.

Gli israeliani nel 1973 vedevano la creazione di uno stato palestinese come una minaccia mortale, mentre ora è la politica ufficiale del governo israeliano. Una volta erano uomini ebrei di origini europee a dominare in Israele, mentre ora sono sefarditi, arabi e donne i membri più importanti della società israeliana. Israele è un Paese dove tre giudici della Corte Suprema, di cui due donne e un arabo, hanno condannato il presidente dello Stato per reati sessuali. È l'unico stato del Medio Oriente con una popolazione cristiana che cresce. Anche a fronte del continuo stato di emergenza, Israele non ha mai conosciuto un istante di governo non democratico.

Nel 1967, Israele aveva offerto di scambiare i territori occupati durante la Guerra dei Sei Giorni in cambio di trattati di pace con Egitto e Siria. Gli stati arabi hanno rifiutato. Israele evacuò poco dopo il Sinai, un'area grande 3,5 volte la sua intera estensione, in cambio di pace con l'Egitto e ha concesso terre e fonti d'acqua in cambio di pace con la Giordania.

Nel 1993 , Israele ha riconosciuto il popolo palestinese, che la rivista Life aveva ignorato assieme all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che perpetrava quegli "attacchi terroristici". Israele ha facilitato la creazione dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania e a Gaza armandone le forze di sicurezza. Nel 2000 e nel 2008 Israele ha offerto ai palestinesi uno stato a Gaza, quasi l'intera Cisgiordania e Gerusalemme Est. In entrambi i casi i palestinesi hanno rifiutato. Ciononostante, e nonostante il sostegno dell'Autorità Nazionale Palestinese al terrorismo, la stragrande maggioranza degli israeliani è a favore della soluzione di due stati.

Israele ha costruito colonie (alcune prima del 1973), evacuandone alcune per avanzare la pace, compresi 7,000 coloni per arrivare alla pace con l'Egitto. I palestinesi hanno rifiutato la pace con Israele non a causa degli insediamenti, la maggior parte dei quali sarebbe rimasta comunque in Israele e che ammonta al 2% della Cisgiordania, ma a causa del fatto che non riconoscono lo Stato ebraico. Quando Israele ha evacuato gli insediamenti da Gaza, compresi i 9,000 residenti, il risultato è stato un'ondata di terrorismo organizzata da Hamas, un'organizzazione votata a uccidere ebrei in tutto il mondo.

Ciononostante Israele ha trasferito ampi territori all'Autorità Palestinese e molte competenze di sicurezza alla polizia palestinese. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rimosso centinaia di checkpoints, alleggerito il blocco di Gaza e si è unito all'invito del Presidente Obama a riprendere i negoziati diretti senza precondizioni. Netanyahu ha dichiarato, parlando al Congresso, che la nascita di un stato palestinese lascerà alcuni insediamenti oltre i confini israeliani e che "con creatività e buona volontà si può trovare una soluzione" per Gerusalemme.

Considerato tutto ciò, perché espressioni anti-israeliane erano prima relegate a gruppi di odio e ora sono invece diventate linguaggio come dei media? Come si possono spiegare affermazioni secondo cui un'insidiosa "lobby israeliana" compra voti al Congresso o secondo cui Israele opprimerebbe i cristiani? Perché il record israeliano nella tutela dei gay è liquidato come il mascheramento di altre discriminazioni?

La risposta sta in una sistematica delegittimazione dello stato ebraico. Fallita la via militare i nemici di Israele si sono allineati in una tattica ancor più minacciosa che impedisce a Israele non solo mi difendersi ma anche di giustificare la propria esistenza.

È incominciata con il discorso del presidente dell'OLP, Yasser Arafat, nel 1974 all'ONU, quando ha ricevuto gli applausi per aver paragonato il sionismo al razzismo, paragone divenuto parte di una risoluzione dell'Assemblea Generale l'anno successivo. Ha acquisito credibilità nei campus universitari con i corsi anti-israeliani e con le "Israel Apartheid Weeks" ( settimane di manifestazioni contro l'apartheid israeliano). Si è ingigantita con i boicottaggi accademici, culturali e economici contro i professori, gli artisti, gli atleti e i prodotti israeliani. Si è riproposta col lavoro dei giornalisti che pubblicavano foto falsificate e false testimonianze palestinesi su presunti massacri israeliani.

 

Le sinistre mondiali, i media sotto il loro controllo, gli accademici da sempre antisemiti, odiano Israele e considerano i palestinesi vittime e amanti della pace mentre gli israeliani sono il satana della situazione.
È questo che deve essere molto chiaro per capire la situazione. Per quella gentaglia non esiste il terrorismo, non e' mai esistito, non esistono i missili, nessuno minaccia Israele, nessuno auspica la sua sparizione dalla faccia della terra. Sono degli irresponsabili pieni di odio e di idee terzomondiste che vedono in Israele l'ebreo da perseguitare e da disprezzare in favore di una popolazione che idealizza e considera eroi i tagliagole e gli assassini di bambini.

Israele deve affrontare i gravi pericoli della delegittimazione così come in passato ha affrontato eserciti e terroristi. Oltre a celebrare la nostra tecnologia, l'innovazione scientifica e l'avanguardia in medicina, dobbiamo anche attenerci ai fatti del nostro passato. Lo "spirito di Israele" non si è affievolito dal 1973, al contrario, è fiorito. Lo stato della Vita, prima esaltato, vive oggi ancora più intensamente.

 

 

Identità ebraiche, vere e false

 

 

Premessa: tratto da qui Analisi di Manfred Gerstenfeld

 

In un libro pubblicato nel 1946 sulla “questione ebraica”, il filosofo francese Jean Paul Sartre sosteneva che era il mondo non ebraico a stabilire in gran parte “ chi è ebreo”. Scrisse che non era stato Dio a scegliere quale popolo sarebbe dovuto diventare ebraico. E' stata piuttosto la società non ebraica ad aver stabilito chi era ebreo, creando così il “problema ebraico” (1)

Ad un primo esame questa tesi può sembrare assurda, eppure sono stati i tedeschi a stabilire chi era ebreo e chi no nei paesi che avevano occupato.
Per cui anche i cristiani di origine ebraica erano considerati ebrei, anche se si ritenevano cristiani. Venivano visti come cristiani dai loro correligionari, lo stesso da molti altri, ebrei inclusi. In quegli anni, come gli ebrei vedevano se stessi era nella migliore delle ipotesi un aspetto marginale della loro identità.

Il dizionario Cambridge dà della parola identità una semplice definizione: “"caratteristiche di una persona o gruppo che li differenzia da altri” (2). Se si analizza meglio questa definizione, si capisce come le identità ebraiche non sono solo determinate da come una persona considera se stessa, ma anche da come altri ebrei la vedono e come il mondo non ebraico la percepisce. La definizione di Sartre che abbiamo visto, illustra la relativa importanza che queste tre valutazioni hanno avuto in tutti i periodi storici.
Al giorno d’oggi, quel che i non ebrei pensano di “ chi è ebreo “ è diventato sempre più importante, come per altro lo era alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Una visione distorta delle identità è un fenomeno complesso, che coinvolge anche i non ebrei. La giornalista olandese Elma Drayer ha detto che quando scrive degli articoli favorevoli a Israele, la gente spesso le dice: “ Signora Drayer, lei deve essere ebrea” perché pensano che solo gli ebrei possono scrivere su Israele ciò che scrivo io. Io considererei un onore essere ebrea, ma non lo sono” (3)

Nel 2004, il partito socialista Pasok fu sconfitto alle elezioni parlamentari. Il Primo Ministro uscente Simitis fu definito, in tono sprezzante e peggiorativo come “ l’ebreo Simitis”, sulla prima pagina del quotidiano filo-Pasok “Avriani”. “Essere un ebreo” era inteso come un insulto, visto che Simitis non aveva legami o parentele con ebrei. Molti francesi pensano che l’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy sia ebreo, anche se suo nonno, l’unico antenato ebreo, si era convertito al cattolicesimo.

Negli ultimi anni, la parola “ebreo” ha assunto le caratteristiche peggiorative in molti paesi europei. Ecco un esempio: la storica tedesca Susanne Urban scrive degli insulti che si possono ascoltare “ dappertutto nelle scuole tedesche, non solo nelle periferie metropolitane: ‘ Tu, ebreo ! ‘ Oppure ‘Tu, vittima !’ per cui è male e disprezzabile essere ebreo e vittima. L’ebreo simbolizza quindi la devianza e il male,l’opposto di ciò che si ritiene essere il proprio gruppo.

L’ebreo rappresenta anche il satana israeliano “ (5). Molte inchieste rivelano come Israele viene giudicato e come gli ebrei della Diaspora sono visti nei loro ambienti. Più del 40% degli europei ritiene Israele uno Stato che commette un genocidio nei confronti dei palestinesi (6). Lo stesso succede invertendo quanto è successo durante la Shoah, quando si dice che gli israeliani sono i “nazisti di oggi”. Così sono visti gli israeliani da molti europei, un modo radicalmente diverso dalla realtà.

Va detto anche che questo modo di vedere Israele dimostra come stia riemergendo un aspetto ideologicamente criminale dell’Europa. Dato che il genocidio è il crimine più orribile che si possa immaginare, questa accusa contro Israele – che spesso accomuna tutti gli ebrei – è la nuova versione del vecchio pregiudizio che raffigura gli ebrei come il “male assoluto”.
Nei paesi dove il cristianesimo ha rappresentato la maggioranza, gli ebrei erano falsamente accusati di avere ucciso Gesù. Cosa poteva esserci di più criminale che l’uccisione di chi era ritenuto Figlio di Dio ?

In tempi più recenti, a causa del dominante razzismo e del nazionalismo più estremo, gli ebrei erano accusati di appartenere a una razza inferiore che doveva essere sterminata. Oggi, la nuova versione, rappresenta Israele come Satana. Possiamo ripetere in continuazione che gli unici che si propongono di realizzare un genocidio sono varie categorie di musulmani, inclusa la leadership iraniana e Hamas. Gli israeliani, che sono l’obiettivo delle intenzioni omicide di questi criminali, vengono rappresentati come i veri responsabili.

La minaccia di questa falsa identità ebraica e israeliana è gradualmente cresciuta negli ultimi decenni. Questa percezione contorta non ha mai fatto presa fra le leadership israeliana ed ebraica. Vi è un ulteriore aspetto della situazione di crescente pericolo per Israele e gli ebrei della Diaspora., che ha trovato ampio spazio nel subconscio dell’Europa. Da qui, può fare irruzione in qualunque momento durante una prossima crisi politica in Medio Oriente.

C’è qualcosa che possiamo fare ? Non a breve tempo, sono problemi complessi che richiedono studi e analisi profonde, lo sviluppo di strategie in grado di affrontarli, infrastrutture per combatterli. Se il governo israeliano e la leadership degli ebrei della Diaspora non faranno nulla, questi problemi non potranno fare altro che diventare sempre più gravi.

[1] Jean Paul Sartre Reflexions sur la question Juive. [French]
[2] http://dictionary.cambridge.org/dictionary/british/identity?q=identity
[3] Manfred Gerstenfeld interview with Elma Drayer in Het Verval, joden in een Stuurloos Nederland, (Amsterdam: Van Praag, 2010). [Dutch]
[4] Manfred Gerstenfeld, Interview with Moses Altsech, “Anti-Semitism in Greece: Embedded in Society,” Post-Holocaust and Anti-Semitism, 23, 1 August 2004.
[5] Susanne Y. Urban, “Representations of the Holocaust in Today’s Germany: Between Justification and Empathy,” Jewish Political Studies Review, 20:1-2, Spring 2008.
[1] (6) library.fes.de/pdf-files/do/07908-20110311.pdf

Manfred Gerstenfeld è Presidente del Consiglio di Amministrazione del Jerusalem Center for Public Affairs.

 

 

 

 

Le verità sul medio oriente

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http://veromedioriente.altervista.org