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Breve storia dei "territori occupati": la guerra dei sei giorni

 

 

Premessa: tratto da qui
 

Forte della sua apparente vittoria nella guerra del 1956, Nasser continuò negli anni successivi ad avere un ruolo determinante nella scena internazionale, tentando quanto possibile di unificare i popoli arabi (e non solo) contro l’occidente colonialista, di cui a suo dire Israele era l’avamposto nella regione. A tale scopo l’elemento di comunanza con gli altri Stati arabi – che come è stato già detto erano in realtà assai diversi l’uno dall’altro e avevano ognuno le proprie mire e i propri interessi – fu identificato nella “causa palestinese”, nata in seguito all’esodo arabo da Israele avvenuto oltre dieci anni prima.

 

Il primo ad assumersi l’onere di difendere la causa palestinese fu ancora una volta Nasser, che nel 1964 – assieme agli altri membri della Lega Araba – diede vita al Cairo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). L’OLP raggruppava una miriade di formazioni politiche diverse ma tutte ugualmente decise a combattere contro “il nemico sionista”. Le sorti di questa lotta all’epoca erano però affidate in primo luogo agli eserciti e questi fino ad allora erano stati sconfitti (nel 1948 e nel 1956): Nasser tentò di capovolgere questo trend.

Già negli anni precedenti la Siria aveva più volte bersagliato dalle Alture del Golan i villaggi israeliani limitrofi mediante il lancio di missili; così come il rais egiziano aveva già più volte minacciato verbalmente lo Stato ebraico, il cui Primo Ministro dal 1966 era Levi Eshkol, con Moshe Dayan al Ministero degli Esteri.

 

Il 16 maggio del 1967 Nasser intimò alle truppe ONU di ritirare le proprie forze di pace stanziate nella penisola del Sinai, schierando il proprio esercito nel deserto, preludendo un attacco imminente. Gli israeliani tuttavia non reagirono alla provocazione e il rais mise in atto un blocco navale su Eilat, l’unica città portuale israeliana del sud, chiudendo nuovamente il traffico nel golfo dell’Aqaba. La settimana successiva pronunciò un acceso discorso al Cairo, in cui dichiarò apertamente di voler annientare l’“entità sionista”.

L’escalation di provocazioni continuò nelle settimane successive, anche per mezzo di proclami radiofonici: in particolar modo il 25 maggio Radio Cairo diffuse il messaggio secondo cui il popolo arabo era “risoluto nel voler cancellare Israele dalle mappe”. Tre giorni dopo anche altri quattro Stati arabi (Siria, Iraq, Giordania e Arabia Saudita) avvicinarono i loro eserciti lungo il confine.

 

Il governo israeliano era contrario ad un attacco preventivo, poiché avrebbe potuto minare l’appoggio della comunità internazionale: ma le forze israeliane erano potenzialmente di gran lunga inferiori rispetto a quelle avversarie: le truppe di cui disponeva erano infatti in tutto 264 mila, dunque molto inferiori rispetto a quelle arabe che disponevano di eserciti ben più imponenti e preparati.

Gli 800 carri armati israeliani erano ben poca cosa in confronto ai 2504 cingolati arabi e anche gli aerei da guerra erano meno della metà rispetto a quelli avversari. Moshè Dayan non aveva dubbi: l’attacco preventivo era l’unico modo per sopravvivere all’imminente offensiva degli Stati limitrofi. Alle 7.45 della mattina del 6 giugno 1967 l’aviazione israeliana bombardò a sorpresa le basi aeree di Egitto, Siria e Giordania.

Oltre 400 velivoli da guerra furono distrutti prima ancora di spiccare il volo e le piste di decollo furono messe fuori uso, rompendo sul nascere il vantaggio aereo arabo e salvando le città israeliane e i suoi civili dall’orrore che sarebbe derivato dai bombardamenti. (Da: Storia di Israele)

 

Durante questa guerra, che durò sei giorni, l’esercito giordano, è sconfitto. Perde i territori della West Bank il cui nome geografico è Giudea e la Samaria.

 

Israele quindi, secondo alcune interpretazioni, ha conquistato, occupato, o “preso”  la parte ovest della Giordania,   rifiuta di ritirarsi e  inizia  un programma di costruzione per l’insediamento della popolazione ebraica in questi territori.

Da allora, i commentatori e gli osservatori citano il diritto internazionale per chiedere a Israele di fermare gli insediamenti, noti come “colonie”, un nome inadatto per la situazione, perché gli israeliani non era arrivati da un altro pianeta a conquistare quei territori. Certo, la Convenzione internazionale di Ginevra vieta la costruzione in un territorio conquistato.

Tutti i governi israeliani, di sinistra e di destra, hanno rifiutato  di ritirarsi e semmai hanno continuato  gli insediamenti. Tutti stupidi questi governi, da pensare di gabbare il diritto internazionale, mentre Israele è uno stato di diritto ed i suoi tribunali sono riconosciuti  da tutto il mondo, compresi gli arabi,  per la loro piena indipendenza?

 

Nel 1967, l’esercito giordano ha ceduto all’esercito israeliano e ha perso la West Bank. L’esercito israeliano non si trovava di fronte un esercito palestinese, ma uno giordano. Il diritto internazionale stabilisce che è al paese che li perse che dei territori devono essere  restituiti,nel nostro caso alla Giordania. Siamo di fronte a due equazioni: cercare di distruggere un paese non è legale, e ne consegue  una guerra di difesa. Costruire nei territori conquistati, non è legale, quindi la pretesa di lasciare questi territori. Ma chi possiede questi territori?

 

La Giordania aveva semplicemente conquistato la Cisgiordania nel 1948, alla creazione dello Stato di Israele. Nessuna nazione aveva  riconosciuto  la conquista, tranne il Pakistan e la Gran Bretagna. Anche i paesi arabi non  riconobbero alla Giordania questo diritto. Allora la nostra seconda equazione diventa: Israele conquistò la Cisgiordania nel 1967, che a sua volta era stata conquistata dai giordani nel 1948. E se la Convenzione di Ginevra vieta la costruzione in un territorio conquistato, la regola è valida sia per gli israeliani che  per i giordani. E ‘chiaro e stabilito, secondo il diritto internazionale, che la Giordania non può avere alcun diritto su questi territori, e che “l’occupazione” di questi territori da parte di Israele non è una conquista o una occupazione,  secondo la definizione di questi termini nel diritto internazionale.

 

La prima parte della nostra equazione si affossa: Israele ha “conquistato” territori che erano stati “conquistati” 20 anni prima dai giordani. Ci sono esempi simili: Kashmir, Nagorno Karabakh, le Isole Falkland, Western Sahara. Per legge, non sono territori occupati ma contesi. Ma a chi appartengono quindi quei  territori, secondo le convenzioni riconosciute dalle Nazioni Unite e quindi dal diritto internazionale?

 

Torniamo  un po’ indietro, prima del 1967. 29 NOVEMBRE 1947, la risoluzione 181 delle Nazioni Unite adotta la proposta per la creazione di due Stati, al posto della Palestina che era sotto mandato britannico: uno stato ebraico e uno stato arabo. La proposta era soggetta ad accettazione da entrambe le parti. Gli ebrei accettarono, gli arabi rifiutarono e scatenarono le ostilità contro il nuovo stato ebraico, nel 1948. Gli eserciti arabi, guidati dalla Giordania,  persero questa guerra. La Risoluzione 181, quindi,  diventa a sua volta priva di significato in termini di diritto, perché non fu accettata da entrambe le parti, ma solo da una. Le nostre equazioni ci sfuggono e ci viene voglia di dire: ma allora cosa abbiamo tra le mani per discutere? Allora, torniamo indietro nella storia, non c’è bisogno di tornare ad Abramo, 100 anni fa è sufficiente.

 

Con quale decisione delle Nazioni è stata validata l’esistenza degli attuali paesi del Medio Oriente ? A differenza dei paesi del Maghreb arabo che  sono radicati nella storia, e che nessuno può né rivendicare, né osare mettere in dubbio la loro esistenza, i paesi arabi del Medio Oriente sono relativamente nuovi, e sono stati creati dopo spartizioni determinate dalle Nazioni Unite, dopo le due grandi guerre del 20 ° secolo.

Fino al 1917, praticamente tutti i territori del Medio Oriente erano sotto la dominazione dell’Impero turco. Alla fine della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), la Turchia ha combattuto e parte dei territori del suo impero, che è il Medio Oriente di oggi, è passata nelle mani di Francia e Gran Bretagna. La Società delle Nazioni di allora ha quindi deciso di creare un “nuovo Medio Oriente”, diviso in diversi stati.  

Lord Balfour, ministro degli Esteri dell’Impero Britannico,  decise che avrebbe assegnato un territorio agli ebrei (che vivevano in parte del territorio del Medio Oriente, così come gli arabi), e riconosciuto i diritti storici  di Eretz Israel, la Terra di Israele.

 

La Dichiarazione Balfour  riconobbe agli ebrei del Medio Oriente una zona composta da: territorio di Israele pre-1967 , la Cisgiordania, e parte della Transgiordania, ad est del Giordano. Nel 1920, la Conferenza di San Remo ratificò la Dichiarazione Balfour, e nel 1922 la Società delle Nazioni  approvò la ratifica. Sempre secondo il diritto internazionale, le decisioni della Società delle Nazioni sono valide per l’Onu che fu creata nel 1946, al posto della Società. Pertanto, le decisioni del 1920 e  1922 sono giuridicamente vincolanti. La decisione del 1922  ha incaricato l’Impero Britannico di aiutare a costruire e creare uno Stato ebraico nel territorio della Palestina, il cui nome risale all’epoca romana.

 

Gli inglesi,come sappiamo, non rispettarono il mandato conferito loro dalla Società delle Nazioni, da qui la prima guerra d’indipendenza  del 1948. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la decisione del 1922 è stata sostenuta questa volta dalle Nazioni Unite. Pertanto, il territorio dello stato ebraico in Palestina è stato riconosciuto per due volte dalle Nazioni Unite. Conclusione: La Cisgiordania o la Giudea e la Samaria, non è un territorio occupato, ma disputato, ai sensi della legge internazionale. Israele ha ceduto alla  Giordania la parte ad est del Giordano, territorio che gli era stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, due volte.

 

Il termine “territori occupati” non si basa su una definizione del diritto internazionale, dobbiamo parlare di “territori contesi”.  Questo  non significa sostenere che i palestinesi attualmente non abbiano diritto a uno Stato. Se i palestinesi si basano sul Diritto internazionale per rivendicare uno stato, non possono poi violare questo stesso Diritto quando si tratta di Israele. Devono fermare la loro campagna di demonizzazione di Israele e accettare i fatti storici sostenuti dalla legge.

Se i paesi arabi  riconosceranno uno stato ebraico con confini difendibili, allora il rigore del diritto internazionale darà spazio a negoziati diretti di concessioni reciproche. Da parte sua, Israele ha l’obbligo di non rimanere statico e promuovere piani di pace, come quelli nel 2000 dei sauditi, che non soddisfano pienamente le esigenze di sicurezza di Israele. Ma che hanno un vantaggio rispetto agli altri piani: un accordo di pace con tutti i paesi arabi.

 

 

Come ben ricordato qui, da cui si trae quello che segue, i propagandisti filopalestinesi parlano oggi di “confini del '67” per definire le linee armistiziali stabilite dopo la guerra di indipendenza del '49 e lo fanno perché è stato nel '67, con la guerra “dei sei giorni” che Israele ha liberato Giudea, Samaria, Gaza e il Golan. Di qui parte tutta la problematica attuale di questi territori, secondo loro: la “colonizzazione” e tutto il resto. Sapete che cosa accadde subito dopo?
“Il 19 giugno del 1967, il governo di unità nazionale [di Israele] votò all'unanimità di restituire il Sinai all'Egitto e le alture del Golan alla Siria in cambio di accordi di pace. Il Golan avrebbe dovuto essere smilitarizzato e un regime speciale sarebbe stato negoziato per lo Stretto di Tiran. Il governo deliberò inoltre di avviare i negoziati con il re Hussein di Giordania per quanto riguarda il confine orientale.”
Sapete chi ha scritto queste righe? Chaim Herzog, il padre dell'attuale leader della sinistra, uomo di tutt'altra tempra rispetto a lui (http://en.wikipedia.org/wiki/Chaim_Herzog; la citazione viene da Herzog, Chaim (1982). “The Arab-Israeli Wars”. Arms & Armour Press).

 

Insomma, immediatamente dopo la guerra trionfale, Israele era disposto a rinunciare a Sinai e Golan e forse anche a buona parte di Giudea e Samaria in cambio della pace: una grandissima occasione per risolvere il conflitto. E sapete che cosa accadde allora? Ci fu una conferenza a Khartoum, un mese e mezzo dopo, cui parteciparono i capi di stato dei più importanti paesi arabi e anche l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina che decisero una politica che divenne famosa sotto il nome di “I tre no”: No alla pace, no al riconoscimento di Israele, no alle trattative (http://en.wikipedia.org/wiki/Khartoum_Resolution). Un'altra occasione perduta, forse la più importante di tutte, anche se prima c'era stata la risoluzione dell'Onu nel '47 e poi ci sarebbero state le trattative del '99 e del 2000, e poi quella con Omert.

 

Poi le cose sono un po' cambiate, il mondo arabo ha delegato all'OLP e all'Autorità Palestinese la guerra a Israele, avendo altro di cui occuparsi, lo stato ebraico si è radicato profondamente e non appare così facile da eliminare di colpo, la strategia si è trasformata in un'impresa a tappe, di lunga durata. E molta acqua è passata sotto i ponti. Israele ha offerto di nuovo possibilità di pace, ma i palestinisti hanno sempre detto di no, perché pensavano che il tempo lavorasse per loro. E ancora lo pensano, grazie all'appoggio della sinistra mondiale, che ormai ha l'egemonia sugli Stati Uniti e l'Europa.

Molte trattative si sono aperte, molte si sono rotte a seguito dei no palestinesi. E' importante ricordarlo, perché di solito non se ne parla.

 

 

 

La guerra dei sei giorni e i tentativi di riscrivere la storia

 

Premessa: tratto da qui

 

Dite “storia” e molti alzeranno gli occhi al cielo. Se poi aggiungete “Medio Oriente”, potreste vedere molti alzarsi e andarsene, nel timore di finire nel pozzo apparentemente senza fondo di dettagli e controversie. Eppure, se non si capisce ciò che è accaduto in passato è impossibile capire dove ci troviamo oggi, e capirlo è di importanza cruciale per questa regione e per il mondo.

Quarantanove anni fa scoppiava la guerra dei sei giorni. Se accade che alcune guerre, una volta finite, svaniscano nell’oscurità del passato, la guerra dei sei giorni del giugno ‘67 rimane invece di assoluta rilevanza oggi come allora. Molti dei principali problemi ad essa collegati restano a tutt’oggi irrisolti.

Politici, diplomatici e giornalisti continuano a fare i conti con le conseguenze di quella guerra, ma raramente prendono in considerazione il suo contesto, o forse addirittura non lo conoscono affatto. Eppure, senza gli elementi di contesto alcune cose di importanza capitale non possono essere capite.

Primo. Nel giugno del 1967 non esisteva uno stato di Palestina. Non esisteva e non era mai esistito. La creazione di uno stato arabo su una parte della Palestina Mandataria Britannica era stata proposta dalle Nazioni Unite vent’anni prima, nel 1947, ma era stata respinta dal mondo arabo perché significava la creazione anche di uno stato ebraico al suo fianco.

Secondo. Nel ’67 la Cisgiordania e Gerusalemme est erano occupate dalle truppe giordane. In aperta violazione dei solenni accordi d’armistizio, la Giordania negava agli ebrei l’accesso ai loro luoghi sacri nella parte orientale di Gerusalemme. Peggio, aveva profanato e devastato molti di quei siti. Dal canto suo, la striscia di Gaza era sotto una dura occupazione militare egiziana, mentre le alture del Golan, nel nord, venivano regolarmente utilizzate dalle truppe siriane per bersagliare i kibbutz e villaggi israeliani sottostanti.

Terzo. Il mondo arabo avrebbe potuto creare in qualsiasi momento uno stato palestinese in Cisgiordania, Gerusalemme est e striscia di Gaza, ma non lo fece. Non se ne parlava nemmeno. Intanto, i capi arabi erano tanto attaccati a Gerusalemme che, nei quasi vent’anni in cui la parte est rimase sotto controllo giordano, ben pochi vi si recarono, e quei pochi molto raramente. Era considerata poco più che una borgata araba sottosviluppata.

Quarto. Il cosiddetto “confine del ‘67” di cui tanto si parla oggi non era altro che una linea armistiziale fissata diciotto anni prima, informalmente denominata Linea Verde. Questo, dopo che cinque eserciti arabi avevano attaccato Israele, fondato nel ‘48, con il dichiarato obiettivo di distruggere lo stato ebraico appena costituito ed impedire con la forza l’applicazione della decisione dell’Onu. Fallirono, e vennero così fissate delle linee d’armistizio provvisorie che non furono mai dichiarate confine ufficiale. Non potevano esserlo, perché i paesi arabi, anche nella sconfitta, si rifiutavano di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, e perciò insistettero perché il testo dell’armistizio escludesse esplicitamente che tali linee potessero essere considerate confini statali definitivi.

Quinto. L’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che appoggiò l’aggressione militare a Israele del ’67, era stata istituita nel 1964, cioè tre anni prima che scoppiasse il conflitto: dettaglio importante perché dimostra che per “liberazione della Palestina” si intendeva la distruzione Israele. Nel 1964 l’unico “insediamento ebraico” di cui si poteva discutere era Israele stesso. Il discorso vale a maggior ragione per i gruppi armati confluiti nell’Olp che erano nati ancora prima (come Fatah, fondata da Yasser Arafat nel 1959).

Sesto. Nelle settimane precedenti la guerra dei sei giorni, i capi egiziani e siriani dichiararono più volte apertamente che la guerra era imminente e che il loro obiettivo era quello di cancellare Israele dalla carta geografica. Non c’era nessuna ambiguità ne reticenza. Ventidue anni dopo la Shoà, un nuovo nemico annunciava esplicitamente l’intenzione di sterminare milioni di ebrei. Il tutto è molto ben documentato, e nessuno aveva il minimo dubbio che l’avrebbero fatto davvero. Altrettanto ben documentato è il fatto che Israele, nei giorni precedenti la guerra, fece dire alla Giordania, tramite le Nazioni Unite e gli Stati Uniti, di tenersi fuori da qualsiasi conflitto fosse scoppiato. Ma re Hussein di Giordania (moderato e filo-occidentale, ma il cui regno era pur sempre un vaso di coccio fra vasi di ferro) ignorò l’appello israeliano e legò il proprio destino a quello di Egitto e Siria. Le sue forze attaccarono Israele ma vennero sconfitte, ed egli perse il controllo su Cisgiordania e Gerusalemme est. Successivamente re Hussein avrebbe riconosciuto il fatale errore che aveva commesso accettando di entrare in guerra (verosimilmente nella convinzione che Israele sarebbe stato spazzato via).

Settimo. L’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser chiese che venissero rimosse le forze di pace dell’Onu che erano schierate da circa un decennio nel Sinai, al confine fra Egitto e Israele. Vergognosamente, senza nemmeno la cortesia di consultare Israele, le Nazioni Unite ottemperarono. Risultato: non c’era più nessun cuscinetto tra gli eserciti arabi in piena mobilitazione e le forze israeliane schierate sui confini di un paese che era grande un cinquantesimo dell’Egitto e in alcuni punti era largo solo una dozzina di chilometri.

Ottavo. L’Egitto impose il blocco della navigazione israeliana nel Mar Rosso attraverso gli stretti di Tiran, unico accesso marittimo d’Israele verso l’Asia e l’Africa: una misura che fu evidentemente considerata da Gerusalemme come un atto di guerra. Gli Stati Uniti discussero la possibilità di formare un convoglio internazionale che infrangesse il blocco, ma alla fine purtroppo non se ne fece niente.

Nono. La Francia, che era allora il principale fornitore di armi a Israele, alla vigilia della guerra annunciò un embargo delle vendite di armi, ufficialmente per prevenire la guerra (ma i paesi arabi erano armati dall’Unione Sovietica). In pratica, il provvedimento mise Israele in una situazione di altissimo pericolo: nel caso in cui l’escalation e la guerra si fossero trascinate per un certo tempo, si sarebbe trovato senza rifornimenti di munizioni, equipaggiamenti e pezzi di ricambio (solo un anno più tardi gli Stati Uniti sarebbero subentrati come fornitori di sistemi d’arma vitali per la difesa di Israele). Se guerra doveva essere, l’unica possibilità per Israele di sopravvivere era che scoppiasse presto e durasse pochissimo.

Decimo. Dopo la sorprendente vittoria in soli sei giorni, Israele sperò che i territori appena conquistati all’Egitto, alla Giordania e alla Siria potessero servire per un accordo “terra in cambio di pace” (naturalmente con una ridiscussione delle linee di confine e delle garanzie di sicurezza). Furono inviati dei segnali in questo senso. La risposta formale arrivò il primo settembre 1967, quando il vertice arabo riunito a Khartoum proclamò: “No alla pace, no al riconoscimento, no al negoziato” con Israele.

Altri “no” avrebbero fatto seguito. Lo disse bene nel 2003 l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, citato dal New Yorker: “Mi ha spezzato il cuore che Arafat non abbia accettato l’offerta [di un accordo a due stati accettata da Israele nel 2001, con il sostegno americano]. E’ dal 1948 che ogni volta che c’è qualcosa sul tavolo, diciamo no. Poi diciamo sì. Ma quando diciamo sì, non è più sul tavolo. E di conseguenza dobbiamo trattare per qualcosa di meno. Non sarebbe ora di dire un sì?”.

Oggi c’è chi vorrebbe riscrivere la storia. C’è chi vorrebbe far credere al mondo che c’era uno stato palestinese, ma non c’era. Chi vorrebbe far credere che c’erano dei confini definitivi tra quello stato e Israele, e invece c’era solo una linea di armistizio tra Israele e la Giordania, che occupava Cisgiordania e la parte est di Gerusalemme. Chi vorrebbe far credere che la guerra del ‘67 sia stato un bellicoso atto di aggressione da parte di Israele. Invece fu un atto di pura auto-difesa di fronte all’agghiacciante minaccia, sotto gli occhi di tutto il mondo, di annientare lo stato ebraico; per non parlare dell’illegale blocco marittimo degli stretti di Tiran, dell’improvviso sgombero delle forze di pace Onu, dello schieramento di truppe egiziane e siriane ai confini d’Israele.

Tutte le guerre comportano delle conseguenze. Questa non ha fatto eccezione. Ma gli aggressori non si sono mai assunti la responsabilità per ciò che hanno scatenato. Vogliono far credere al mondo che la costruzione di insediamenti israeliani dopo il ’67 sia l’ostacolo principale al processo di pace. La guerra dei sei giorni è la prova che la questione centrale è, ed è sempre stata, un’altra: e cioè se i palestinesi e il mondo arabo in generale accettano il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio stato. Se fosse così, tutte le altre questioni controverse, per quanto difficili, troverebbero una possibile soluzione. Se invece, ahimè, le cose non stanno così, allora tutti gli sforzi e i tentativi sono persi in partenza.

Quando si tratta del conflitto arabo-israeliano, rimuovere il passato come se fosse un inutile fastidio non funziona. La storia può andare avanti? Certamente. I trattati di pace di Israele con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994 lo dimostrano con forza. Ma furono possibili proprio alla luce del passato, non negandolo o stravolgendolo come invece molti cercano di fare, oggi, sul versante palestinese.

 

 

 

Il mito delle frontiere prima del '67

 

Premessa: tratto da qui

 

Alcuni media ricordano spesso la necessità  di stabilire uno stato palestinese entro i confini precedenti al giugno del 1967. Anche il  “moderato” terrorista dell’AP, il presidente Abbas ha ribadito tale posizione.

 

Uno stato palestinese è inevitabile, tutto il mondo sostiene la fine dell’occupazione“, ha detto Abbas, riaffermando l’obiettivo di stabilire uno stato sui confini precedenti al 1967. Naturalmente ci sono molti problemi con la posizione di Abbas, dato che la posizione palestinese dichiarata è quella di non avere alcuna intenzione ad una pace reale, ma ad una hudna, una pace temporanea che permetta loro di riarmarsi, addestrarsi e, infine, attaccare Israele e scacciare gli ebrei fuori della “loro” terra.

 

Anche se i palestinesi dovessero cambiare idea sulla cancellazione dello Stato ebraico dalla carta geografica, ci sarebbe ancora un altro ostacolo importante per il ritorno di Israele ai confini antecedenti il 1967 …. questi confini non esistono!

 

Cio’ che Abbas sa, ma non vuole ammettere, è che non esiste una cosa come “i confini  pre-1967. Quella “linea verde” che attraversa la Cisgiordania è la linea dell’armistizio del 1949. La linea di armistizio fu creata per il solo fatto che le forze israeliane e arabe smisero di lottare alla fine della Guerra di Indipendenza (con alcuni aggiustamenti di annessioni in alcuni settori). Fu come se al fischio tutti abbandonassero i loro congegni. Quella linea del 1949, che la gente chiama frontiera del 1967, è in realtà solo una linea militare.

 

Regno hashemita di Giordania:

 

L’articolo II dell’ Armistizio del 1949 con i giordani, specifica in modo esplicito che la linea che è stata designata non comprometterà alcun reclamo futuro territoriali delle due parti, in quanto è stata “dettata da considerazioni esclusivamente militari.”

 

Naturalmente la logica giordana per quella clausola è consentire loro di rivendicare il territorio all’interno della linea di armistizio.

 

Anche la “famosa” Risoluzione 242 dell’ONU, approvata dal Consiglio di sicurezza  cinque mesi dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1949, ha riconosciuto che la linea di armistizio non doveva designare confini definitivi israeliani. Le forze anti-Israele cambiarono il significato della 242 con l’aggiunta del semplice articolo “i” : essi sostengono che la risoluzione chieda a Israele di ritirarsi da “i” territori presi durante la Guerra dei Sei Giorni… La risoluzione in realtà dice che “Israele deve ritirarsi da territori” conquistati durante la guerra (senza articolo alla parola territori). Aggiungendo l’articolo cambia il significato di ritiro da alcuni territori a tutti i territori.

 

Non a caso  l’articolo “i”  e la parola “tutti” furono lasciate fuori. I diplomatici sono molto precisi nella loro lingua. Lo scopo era quello di lasciare alle parti l’accordo su quali dovessero essere questi territori.

 

Le dichiarazioni rese dai redattori della 242 provano non esservi alcuna ambiguità sul significato.  Lord Caradon, sponsor del disegno che stava per essere adottato, ha dichiarato, prima del voto nel Consiglio di Sicurezza sulla Risoluzione 242:

 

“… Il progetto di risoluzione è nell’insieme equilibrato. Aggiungervi o sottrarvi qualcosa la rimetterebbe in discussione e ne distruggerebbe l’equilibrio e gli  accordi raggiunti insieme. Deve essere considerato come un insieme, così com’è. Mi sembra evidente che abbiamo raggiunto la fase nella quale la maggior parte di noi, se non tutti, desidera il progetto di risoluzione, il progetto di risoluzione e nient’altroche questo. “(S / PV 1382, p. 31, del 22.11.67)

 

Michael Stewart, (Gran Bretagna) Segretario di Stato per gli Affari esteri e del Commonwealth, in risposta a un’interrogazione in Parlamento, 17 novembre 1969:

 

“Domanda:” Qual è l’interpretazione britannica del testo della risoluzione 1967? L’Onorevole Gentleman lo interpreta nel senso che gli israeliani dovrebbero ritirarsi da tutti territori occupati nell’ultima guerra? ” 

 

Mr. Stewart: “No, Sir. Non è questa la frase usata nella risoluzione. La risoluzione parla di confini sicuri e riconosciuti. Queste parole devono essere lette in concomitanza con la dichiarazione sul ritiro “.

 

George Brown, ministro degli Esteri britannico nel 1967, il 19 gennaio 1970:

 

“Mi è stato chiesto più e più volte di chiarire, modificare o migliorare il testo, ma io non intendo farlo. La formulazione della risoluzione è stata accuratamente elaborata, ed è stato un esercizio difficile e complicato farla accettare dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. “Ho formulato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Prima di presentarla al Consiglio, l’abbiamo mostrata ai leader arabi. La proposta diceva “Israele si ritirerà da territori occupati”, e non da’i’ territori, il che significa che Israele non si ritirerà da tutti i territori. “(The Jerusalem Post, 3 gennaio 1970)

 

Arthur Goldberg, rappresentante degli Stati Uniti, nel Consiglio di Sicurezza, nel corso delle discussioni che precedettero l’adozione della Risoluzione 242:

 

“Cercare il ritiro senza confini sicuri e riconosciuti … sarebbe altrettanto infruttuoso che cercare confini sicuri e riconosciuti senza ritiro. Storicamente, non ci sono mai stati confini sicuri e riconosciuti nella zona. Né le linee dell’armistizio del 1949, né le linee di cessate il fuoco del 1967 hanno risposto a cio’ che descrivevano …  confini che devono ancora essere concordati. Un accordo su questo punto è un  essenziale per una pace giusta e duratura come  lo è il ritiro  … S / PV. 1377, p. 37, di 15. 11,67

 

Joseph Sisco, Assistente Segretario di Stato, 12 luglio 1970 (NBC “Meet the Press”):

 

“Questa risoluzione non dice “ritiro nelle linee precedenti il 5 giugno”. La risoluzione dice che le parti devono negoziare per raggiungere un accordo sui confini definitivi, cosiddetti sicuri e riconosciuti. In altre parole, la questione dei confini definitivi è una questione di negoziati tra le parti. “

 

Eugene V. Rostow, Professore di Diritto e Affari Pubblici, Yale University, che, nel 1967, è stato sottosegretario di Stato per gli affari politici US :

 

“… Il paragrafo 1 (i) della risoluzione chiede il ritiro delle forze armate israeliane ‘da territori occupati nel recente conflitto’, non  ‘dai territori occupati nel recente conflitto’. I ripetuti tentativi di modificare questa frase inserendo la parola ‘i’ sono falliti al Consiglio di Sicurezza. Quindi, non è giuridicamente possibile affermare che la disposizione impone il ritiro israeliano da tutti i territori ora occupati, durante il cessate il fuoco, alle linee di demarcazione dell’armistizio. “(American Journal of International Law, Volume 64, settembre 1970, p. 69)

 

Geraldo de Carvalho Silos, rappresentante per il Brasile alle Nazioni Unite, parlando al Consiglio di Sicurezza, dopo l’adozione della Risoluzione 242:

 

“Teniamo sempre a mente che una pace giusta e duratura in Medio Oriente deve necessariamente basarsi su confini sicuri e permanenti, liberamente concordati e negoziati da parte degli Stati vicini.” (S / PV. 1382, p. 66,22.11. 67).

 

Quando si tratta di Israele, il mondo ha una memoria molto corta. Non solo non c’erano confini del 1967, ma non c’è mai stata l’intenzione che Israele tornasse alle linee armistiziali del 1949. QUI

 

In molti ambienti è invalsa l’abitudine di sostenere che Israele non rispetta le risoluzioni dell’Onu facendo riferimento in particolare, esplicitamente o implicitamente, alla 242 del Consiglio di Sicurezza, sostenendo che Israele la violerebbe dal momento che non si è ritirato da tutti i territori conquistati nel 1967. La verità è che la risoluzione 242 non chiede affatto a Israele di ritirarsi unilateralmente e senza condizioni. La 242 in realtà è composta da due parti: i paesi coinvolti nel conflitto devono negoziare la pace e riconoscersi a vicenda, e Israele deve operare un ritiro. La risoluzione non chiede affatto a Israele di ritirarsi prima che si arrivi a una composizione negoziata e definitiva, bensì di ritirarsi nel quadro della soluzione negoziata e definitiva.

 

Questa fu per l’appunto la differenza sostanziale fra i postumi della campagna di Suez del 1956 e la guerra dei sei giorni del 1967. Dopo la Campagna di Suez, a Israele fu chiesto di ritirarsi dalla penisola dei Sinai e dalla striscia di Gaza unilateralmente. Il ritiro di Israele avvenne senza condizioni. Viceversa, dopo la guerra dei sei giorni si è chiesto un ritiro israeliano solo nel quadro di una soluzione più ampia del conflitto.

 

Israele può ben sostenere d’aver attuato la risoluzione, almeno là dove possibile. Ad esempio, nel quadro dell’accordo di pace negoziato con l’Egitto, Israele si è completamente ritirato dal Sinai. Ed anche dopo gli accordi di Oslo, le forze armate israeliane si ritirarono in larga misura da Cisgiordania e striscia di Gaza. Inoltre, due anni fa, nell’estate 2005, benché non vi fosse legalmente obbligato, Israele si è completamente ritirato (militari e civili) da tutta la striscia di Gaza, unilateralmente e senza condizioni.

 

È chiaro che la storia di questi ultimi quarant’anni dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza in poi è stata segnata dalle diverse interpretazioni avanzate da israeliani e arabi. La cosa meriterebbe uno studio approfondito. Ciò che è fuor di dubbio è che non è stato delineato nessun altro strumento legale per la composizione del conflitto israelo-arabo-palestinese che sia sottoscritto da tutte le parti in causa.

 

 

 

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