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I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi?

 

    

 

Una delle più grandi menzogne create dalla propaganda araba è che "i sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi. Una colossale bugia.

Quello che è certo e che nessuno può confutare è che sono i musulmani che nel 637 hanno invaso e rubato quella che era storicamente la terra sacra degli ebrei e successivamente anche dei cristiani, conquistandola con la forza e le guerre sante. Il discorso prescinde dal fatto che gran parte degli ebrei se ne fossero andati già durante le varie diaspore e a causa delle continue invasioni da parte di un pò tutti. Nonostante le invasioni gli ebrei sono l'unico popolo che è rimasto ininterrottamente in Palestina da quando ce li portò Mosè fino quando nel 1948 fu fondato lo stato di Israele.

Un pò di storia. L'espansionismo arabo e musulmano non ha avuto limiti, fino al 600 gli arabi erano solo in regioni dell'Arabia Saudita, con la nascita dell'Islam hanno invaso, occupato e annientato intere etnie e culture, dall'Oceano Atlantico all'Oceano Indiano al Pacifico.

Tanto per fare un esempio, a noi oggi ci sembra normale che in Egitto ci siano gli arabi ma in realtà quelli chiamiamo "egiziani" sono appunto arabi, un popolo invasore che ha quasi totalmente cancellato le etnie e le culture precedenti. Fino al 600 l'Egitto era uno dei paesi più cristiani, popolato da un'etnia discendente dagli antichi faraoni, era una popolazione totalmente diversa da quella araba (http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/70/Fayum-39.jpg) che parlava egiziano e non arabo e che - dopo la caduta in disuso dei geroglifici - scriveva in egiziano usando l'alfabeto greco.

Oggi gli unici discendenti rimasti dei veri egiziani sono quelli che oggi vengono chiamati "Cristiani Copti", una piccolissima minoranza discriminata e sottomessa dalla maggioranza araba-musulmana. Il termine latino "copto" deriva dal greco "còptos" che deriva dall'arabo "qubt", ovvero il temine che inizialmente usavano gli arabi per definire gli "egiziani". Questa premessa solo per far capire che è evidenti ragioni cronologiche sono sempre gli arabi musulmani che hanno invaso e distrutto, gli ebrei e i cristiani già c'eran, sono i musulmani che sono arrivati dopo come spietati colonizzatori, pure in Europa, pure in Spagna (al-Andalus) e Sicilia (Siqilliyya) che ancora oggi considerano delle terre sante dell'Islam da strappare agli infedeli.

Ritorniamo alla Palestina moderna. All’inizio del ‘900 in tutta la Palestina ci sono poche migliaia di abitanti. Motivo per cui il motto del sionismo è "Un popolo senza terra per una terra senza un popolo".

Quando i sionisti sono emigrati in Palestina quella terra malsana e deserta l'hanno legalmente comprata a dei prezzi esorbitanti, anche cento volte il loro valore reale. La maggioranza degli arabi erano nomadi che non possedevano un bel nulla. Gli ebrei la terra la comprarono attraverso dei regolari contratti dagli sceicchi e dai pochi grandi latifondisti arabi che possedevano legittimamente quasi tutte le terre.

Gli stessi latifondisti arabi che poi furono massacrati insieme agli ebrei dai nazionalisti arabi guidati dai fondamentalisti islamici e antisemiti come Amin al-Husseini che oltre che l'autore delle stragi di ebrei di Hebron del 1920 e 1929 fu anche il mandante degli omicidi decine di latifondisti e politici arabi moderati, lo stesso al-Husseini (zio e maestro di Arafat) che poi a partire dal 1933 fu il più fedele alleato di Hitler nella campagna per lo sterminio degli ebrei.

Tutto questo lo riassume così Indro Montanelli sul Corriere della Sera il 16 settembre 1972:

"Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta.

Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso."

Al termine di questo post troverete l'illuminante articolo integrale di Montanelli.

La terra di Israele è sempre stata la terra degli ebrei. Se leggiamo le descrizioni di Gerusalemme fatta nel 1800 da Marx e Mark Twain, leggiamo di "una città povera e miserabile abitata nella parte Est, interamente, da ebrei poveri e miserabili che erano sempre vissuti lì, da tremila anni". Gli arabi erano sì in leggera maggioranza numerica ma in gran parte erano nomadi senza terra, l'unica vera comunità stanziale era quella ebraica che abitava le stesse case da migliaia di anni.

Gli ebrei sionisti emigrati nel '900 si sono massacrati a dissodare, irrigare, fabbricare desalinizzatori, sono morti a migliaia di stenti e di malaria, parassitosi, colera, ameba, tifo, setticemia e tetano. Sono morti a decine di migliaia, ma poi hanno vinto, il deserto è fiorito, dove cerano lande desolate è nato un paese di filari di vite e di limoni.

Per poter di nuovo odiare gli ebrei è violato il diritto civile, che per dirla con un toscanismo si riassume in "chi vende, poi, non è più suo". Gli arabi la loro terra se la sono venduta, prima ai sionisti facendola pagare carissima, poi alla comunità internazionale intascando 66 anni di fiumi di denaro per risarcirgli il "dolore" di aver perso 20.000 chilometri quadrati di terra che non è mai stata loro, meno del Piemonte, che quando c'erano loro era un terra di sassi, paludi e scorpioni.

Vi riporto le parole che Re Feisal al Hashemi, re dell’Iraq, scrive a Londra nel 1919:

“Quando gli Ebrei rientreranno in Palestina daremo loro un clamoroso benvenuto. Noi Arabi, tutti e a maggior ragione quelli colti, consideriamo con la più grande simpatia il movimento sionista. Lavoreremo insieme per un nuovo Medio Oriente, c’è abbastanza posto in Palestina per entrambi. Penso sinceramente che non possiamo non riuscire assieme.”

I “palestinesi” in Palestina non c’erano. Quelli che oggi si vantano di essere "palestinesi" sono in gran parte degli immigrati arabi provenienti da altri paesi: Giordania, Siria, Iraq, Egitto, Arabia Saudita etc. Basta vedere i leaders palestinesi, tranne Abu mazen non uno solo di loro è nato Palestina, tutti nati altrove a partire dall'egiziano Arafat nato e vissuto al Cairo fino alla maggiore età.

La maggioranza degli arabi che oggi si dichiarano "palestinesi" in Palestina ci sono arrivati solo dopo il 1916, dopo che gli inglesi "liberarono" la Palestina da 400 di anni di dominazione dell'Impero Turco Ottomano, ci arrivarono in gran parte negli negli anni Venti e Trenta, portati dagli inglesi del Mandato Britanni per lavorare per loro.

Ci sono arrivati quando gli ebrei avevano già "dissodato", approfittando dell’acqua e delle fogne che altri avevano creato e che permettevano anche ai loro bambini di vivere meglio. E i sionisti, che erano socialisti, che credevano nell’uomo e nella fratellanza dei popoli, li hanno accolti a braccia aperte, e hanno vaccinato i loro bambini e insieme hanno cominciato a costruire un paese che sarebbe stato il paese del miracolo, dell’abbondanza e della fratellanza.

Nella maggioranza dei casi, chi oggi si dichiara "palestinese" altro non è che un immigrato arabo in Palestina. Approfittando del fatto che sono arabi hanno lasciato credere di essere sempre stati in Palestina quando in realtà la maggioranza di loro ci sono arrivati tra il 1916 e il 1948, ne più ne meno come la maggioranza degli immigrati ebrei che però lor chiamano "invasori sionisti".

Dal 1515 al 1916, per ben 400 anni, la Palestina è stata solo una misera regione dell'Impero Turco Ottomano che erano turchi, non arabi. I pochi arabi che erano in Palestina vivevano sottomessi agli ottomani che gli imponevano delle tasse così alte sull'agricoltura che per gli arabi era più conveniente non coltivare affatto vivendo di nomadismo. Dunque quando sarebbe esistito questo fantomatico stato arabo-palestinese che i sionisti gli avrebbero "rubato"?

Gaza fino al '700 era abitata interamente da cristiani ed ebrei. Gli abitanti di Gaza sono egiziani spostati lì da Nasser per essere una spina nel fianco di Israele così come ha fatto la Giordania con la Cisgiordania. Il loro numero è dovuto alla natalità folle e di tipo nazifascista: 8 figli per madre.

Tutto questo non lo inventano i "bugiardi sionisti" ma sono gli stessi leaders di Hamas come il ministro degli interni Fathi Hammad che si sono lasciati sfuggire la verità: "Tutti gli abitanti di Gaza sono per metà egiziani e per metà sauditi".
http://youtu.be/sAfENxzv2mc
http://www.memri.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3389.htm

Nessuno nega che oggi esista un "popolo palestinese" che avrebbe diritto ad un suo stato, il "popolo" però si è creato poco a poco negli ultimi 66 anni e riguarda solo le ultime generazioni nate in Palestina da emigranti arabi provenienti da varie regioni arabe. Quando nel 1948 è nato Israele quel popolo non esisteva ne tantomeno è mai esistito uno stato arabo-palestinese che qualcuno avrebbe potuto invadere e derubare.

Per capire tutto questo basta fare una semplice considerazione. Quando nel 1948 gli arabi dichiararono guerra ad Israele invasero e occuparono fino al 1967 quelli che oggi vengono chiamati "territori occupati". La Giordania si prese la Cisgiordania dichiarando che era parte storica della Giordania, l'Egitto fece la stessa cosa con Gaza. Nessuno protestò perché gli arabi della Cisgiordania e di Gaza si consideravano semplicemente degli "arabi" esattamente come gli altri, i "palestinesi" ancora non esistevano.

Solo quando gli arabi persero per l'ennesima volta anche la guerra del 1967 contro Israele e questo occupò quei territori per creare una più sicura fascia di difesa intorno al proprio stato, gli arabi iniziarono ad insorgere e s'inventarono la "causa palestinese" per poter combattere Israele dal suo interno e tenere vivo l'odio del mondo islamico contro israele. Se gli arabi non avessero perso quei territori per colpa propria, oggi non esisterebbe nessuna "causa palestinese" e quelle terre sarebbero solo delle regioni di Giordania e Egitto.

In effetti, soprattutto per quanto riguarda Gaza, non sarebbe affatto sbagliato sul piano logico e storico se anche oggi venisse restituita e amministrata dall'Egitto visto che la gran parte dei suoi abitanti sono egiziani spinti in quella regione dal presidente egiziano Nasser.

Se in 66 anni non è stato possibile creare uno "stato palestinese" la colpa non è certo degli ebrei ne di Israele. Sono stati gli arabi che hanno rifiutato la risoluzione Onu che nel 1947 gli assegnava metà Palestina... la volevano tutta, gli ebrei dovevano essere sterminati. Sono gli arabi, gli Egiziani, i Giordani, che nel 1948 invece di proclamare uno stato di Palestina hanno dichiarato guerra ad Israele invadendo e occupando fino al 1967 quelle terre che l'Onu gli aveva assegnato per i "palestinesi".

Se i "palestinesi" sono senza uno stato la responsabilità è solo dei loro leaders, mediocri, bugiardi, fanatici e corrotti che pur di continuare fomentare l'odio antisemita e continuare a ricevere fiumi di soldi da gestire per i loro sporchi affari si sono rifiutati per 66 anni di firmare tutti i trattati di pace che gli sono stati proposti lasciando il loro popolo nella miseria...

Certo, anche Israele di sbagli e di ingiustizie ne ha commesse ma per autodifesa, se non lo avesse fatto sarebbero stati annientati per la seconda volta e oggi non esisterebbe più un ebreo i Palestina. Affermare che 5 milioni di ebrei che occupano una minuscola regione grande meno della Sardegna non hanno il diritto di difendersi dall'odio religioso di quasi 2 miliardi di persone che li circondano, che occupando un terzo del pianeta è che controllano l'80% delle risorse petrolifere e molta dell'economia mondiale è un'evidente assurdità.

Non vale neanche il patetico discorso che molti "ben pensati" fanno che "l'odio islamico nei confronti degli ebrei è nato a causa della creazione d'Israele". Maometto decapitò personalmente tutti i 900 ebrei di Medina già nel 627, l'odio antisemita è una parte fondante dell'Islam e viene istigato nei testi sacra dell'Islam attraverso migliaia di versi come questo che è citato anche nello statuto di Hamas:

Il Profeta Maometto dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei” (citato da al-Bukhari e da Muslim).

E' ora che la gente si renda conto che contro Israele è in atto solo una guerra religiosa, tutto il resto sono solo alibi che l'Islam si crea per legittimare la propria guerra agli occhi del mondo.

La differenza culturale tra Israele e mondo islamico è riassumibile in questa frase attribuita al premier israeliano Golda Meier:

"O arabi, noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri."

«Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese. Essi non esistevano. Come possiamo restituire i territori occupati? Non c'è nessuno a cui restituirli.» Golda Meier, 1969

- INDRO MONTANELLI SULLA COLONIZZAZIONE EBRAICA DELLA PALESTINA

Indro Montanelli scrisse questo articolo strepitoso parecchi decenni fa, come inviato del Corriere delle Sera in Israele. Grazie al suo acuto spirito d’osservazione, il grande giornalista si accorge subito della diversa tempra che distingue i musulmani dagli ebrei che vivono in Palestina: tanto indolenti, risentiti e miserabili i primi, quanto energici, intraprendenti e prosperi i secondi. Montanelli osserva meravigliato le ingegnose opere agricole e d’irrigazione che hanno permesso ai coloni ebraici di trasformare una terra secca e arida in un lussureggiante giardino.
Giustamente Montanelli dice che gli arabi non sono i figli, ma i padri del deserto. Ovunque siano arrivati i conquistatori arabi, la terra si è desertificata. Questo fatto era stato osservato da tempo dagli studiosi. Già nel ‘300 il grande storico Ibn Khaldun aveva ricordato come gran parte della regione desertica compresa tra il Sudan e il Mediterraneo prima dell’arrivo degli arabi fosse intensamente coltivata. Anche Friedrich Engels aveva notato la curiosa circostanza che nel mondo islamico vaste aree un tempo fertili erano diventate del tutto aride. La Libia, oggi desertica al 90 per cento, era ai tempi di Roma uno dei luoghi più fertili del mondo.
Qual è la causa di questa rovina? Il problema principale è che nel mondo arabo non si sono mai affermate le nozioni dei diritti individuali inviolabili, in particolare quelli della proprietà privata del suolo. Nel mondo arabo prevale il sistema tradizionale dell’iqta, nel quale la terra viene concessa in usufrutto dallo Stato per un tempo determinato: un sistema che ovviamente non incentiva l’utilizzo razionale delle risorse o gli investimenti per migliorare la resa del terreno. Ai tempi del dominio ottomano in Palestina, dal 1517 al 1918, la tassazione sull’agricoltura, sugli alberi e sui vigneti era così pesante da favorire la scomparsa degli alberi e della vegetazione.

La diffusione nel mondo arabo della vita nomade praticata dai beduini è un chiaro segnale della tirannia e della mancanza di garanzie della proprietà privata. I governanti arabi hanno sempre cercato di costringere i beduini alla vita sedentaria per poterli tassare meglio, ma questi hanno spesso trovato la via di scampo nell’economia informale del deserto, dove difficilmente potevano essere raggiunti dagli esattori, e dove potevano portarsi dietro tutti i propri beni, in particolare gli animali, i quali a loro volta hanno contribuito ad accelerare la desertificazione del suolo.
L’esaltante epopea della colonizzazione ebraica della Palestina ci illustra da un lato i risultati grandiosi che possono realizzare gli uomini energici e motivati, quando dispongono dei giusti incentivi; dall’altro ci conferma la veridicità delle nozioni dell’ecologia di mercato, secondo cui la desertificazione o la deforestazione è quasi sempre un effetto della gestione statale e collettivistica del territorio, e manifesta i suoi peggiori effetti quando i diritti di proprietà privata mancano, sono incerti o non sono tutelati.

- Ma godiamoci ora il reportage di Indro Montanelli:

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico.

Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev.

Il frutto delle mie osservazioni sono gli articoli che compaiono sul «Corriere della Sera», e non intendo farne qui un duplicato. Voglio soltanto spiegare ai miei lettori della "Domenica" per quale motivo Israele mi ha fatto tanta impressione da indurmi ad accantonare il programma che mi ero tracciato prima di venirci e su cui avevo anche preso un preciso impegno col giornale.

E il motivo è questo: che finalmente in Israele ho visto documentata nei fatti una verità nella quale, sotto sotto, avevo sempre creduto, ma di cui mi mancava la prova: e cioè che non sono i paesi a fare gli uomini, ma gli uomini a fare i paesi. Sicché quando si dice "zona sviluppata", si deve sottintendere uomini e popoli energici e attivi; e quando si dice "zona depressa", si deve sottintendere uomini e popoli depressi. Tutte le altre ragioni della depressione - clima, idrografia, orografia, eccetera - sono soltanto delle comode scuse quando non sono addirittura il frutto dell’incapacità e dell’accidia umane.

I padri del deserto

Israele, finché è stato un paese arabo, cioè fino a una trentina di anni or sono, era esattamente come l’Egitto (senza il Nilo), la Giordania e l’Arabia Saudita, coi quali confina: una landa brulla e assetata, senza un albero, un seguito di colline gialle e pietrose, su cui le capre avevano divorato fin l’ultimo filo d’erba e di cui gl’incontrastati signori erano i corvi e gli sciacalli.

Di zone cosiffatte nel paese ce ne sono ancora, intendiamoci, qua e là, a chiazza. Sono quelle in cui gli arabi sono rimasti. Essi hanno l’acqua, ora, perché gli ebrei sono andati a cercarsela nel fiume Giordano e nel lago di Tiberiade. E con un sistema di acquedotti di lì l’hanno portata a irrigare tutto il paese. E hanno anche i trattori, perché il governo glieli dà. E hanno anche l’assistenza dei tecnici, perché lo Stato glieli mette a disposizione. E hanno perfino, tutt’intorno, l’esempio e la lezione pratica di come si fa a trasformare una terra arida e inospitale in un paradiso di agrumeti, di boschi di pini e di cipressi, di orti lussureggianti, di campi di grano e di cotone.

Eppure, non ne profittano, o ne profittano poco. I loro villaggi sono rimasti delle cimiciaie spaventose, il loro aratro ancora a chiodo si limita a grattare la superficie della terra senza preoccuparsi di ricrearvi un "humus", la loro accetta taglia spietatamente gli alberi, e le loro capre divorano sul nascere ogni accenno di vegetazione. Essi non sono affatto «i figli del deserto», come vengono chiamati nella retorica di coloro che, dei paesi arabi, conoscono solo «Le mille e una notte». Ne sono i padri. Essi non sono le vittime di un clima inclemente: «sono quelli che lo hanno provocato e aggravato, soprattutto distruggendo i boschi.

E se soffrono la sete, bisogna dire che se la sono procurata rinunziando per accidia a regolare le acque, a trattenere in serbatoi la pioggia e a redistribuirla con canali. Finalmente ho capito perché gli arabi odino tanto gli ebrei. Non è la razza. Non è la religione, che li sobilla contro di essi. E’ l’atto di accusa, è la condanna, che gli ebrei rappresentano, agli occhi di tutto il mondo, qui nelle loro stesse terre, contro la loro ignavia, la loro mancanza di buona volontà, d’impegno nel lavoro, di entusiasmo pionieristico, d’intelligenza organizzativa.

Una grande avventura

Perché Israele dimostra ch’è proprio questo che manca alle zone depresse del Medio Oriente. Sono gli uomini che le abitano, non la natura o il buon Dio, che le hanno rese tali. gli ebrei le hanno prese com’erano, cioè come sono gli altri paesi tutt’intorno: con quel sole scottante, con quella mancanza di precipitazioni atmosferiche, con quelle dune di sabbia, con quelle desolate brugheire, con quelle moschee, con quella malaria. E in trent’anni di dura fatica, ogni singolo posponendo il proprio tornaconto individuale all’interesse di tutti, ogni generazione, sacrificando il proprio comodo al bene di quelle successive, della zona depressa palestinese hanno fatto la pianura padana. Oggi questo paese è in piena crisi di sovrapproduzione.

Non sa più dove mettere il suo grano, le sue uova, i suoi polli, il suo cotone, i suoi aranci e i suoi pompelmi. La sua produzione di latte è, proporzionalmente, la seconda del mondo, battuta soltanto da quella olandese: il che significa che dalla pietraia ha tratto anche dei meravigliosi pascoli. In trent’anni ha piantato oltre trenta milioni di alberi, e chi si attenta a toccarne uno va in galera. E anche il clima in trent’anni è cambiato, per effetto dei boschi e dell’irrigazione. E’ stata questa meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato, facendo passare in seconda linea il mio interesse (e purtroppo anche quello del giornale) sulla politica mediorientale.

Perché essa rispondeva proprio, con fatti clamorosi e incontestabili, alla domanda che mi ero sempre posto: e cioè se siano i paesi a fare gli uomini, o gli uomini a fare i paesi. Amici miei, sono gli uomini a fare i paesi: gli uomini e soltanto gli uomini, la loro volontà, la loro fatica, la loro capacità di credere e di sacrificarsi per ciò che credono.

Le zone depresse esistono soltanto lì, nel loro animo rassegnato, nel loro muscoli fiacchi, nel loro indolente cervello, nella rinunzia alla lotta, nella morale del «tira a campà» e del «chi me lo fa fare», insomma nella mancanza di un senso religioso della vita, e quindi nella disposizione a trarne soltanto profitti e godimenti immediati. Ecco, questo mi ha dimostrato Israele. E mi è parso più importante della politica del Nasser, del kasse, e degli Hussein.

(Indro Montanelli - Domenica del Corriere)

 

 

Una storia tormentata

 

Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani.

Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani.

Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000.

Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani.

La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. E’ quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione.


Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte.
Nel luglio 1938, i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi.
E’ stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, cechi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica).


Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei “displaced persons”, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, una patria dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.
Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica.


Chiunque abbia viaggiato e vissuto nei paesi arabi durante le guerre del 1947-1973, sa che l’intera coalizione araba (Egitto, Siria, Iraq e Giordania) con il sostegno dei paesi arabi moderati, avevano un solo scopo che non veniva tenuto celato: il compito non era dare una patria ai palestinesi. Era cancellare ed annientare lo Stato di Israele.

Le tragiche vicende che hanno successivamente tormentato il popolo palestinese sono state sempre per mano araba. Due i fatti impossibili da dimenticare: lo sterminio dei palestinesi in Giordania per mano di re Hussein e delle sue artiglierie, dove, solo il primo giorno del terribile “Settembre Nero” si contarono 5.000 morti; le stragi nel Libano, dove i palestinesi sono stati assediati ed attaccati, distrutti e costretti alla fuga dai miliziani sciiti di “Amal” e dai siriani. Così scriveva Montanelli:
“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta.

Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.”


(Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972).

 

 

 

 

 

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