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La stampa occidentale contro Israele

 

 

Premessa: tratto da Qui

 

Ci sono diverse guerre che si possono combattere contro un nemico: Israele è il nemico, contro cui gli arabi hanno condotto delle guerre militari fallimentari, delle guerre economiche concretatesi in boicottaggi fallimentari, così il recente metodo di guerra psicologica consiste nel demonizzare gli israeliani delegittimando Israele nel mondo.
La delegittimazione ha lo stesso meccanismo di una campagna, il cui risultato mostrerà il successo della lotta araba contro Israele. Le campagne hanno lo scopo di convincere la gente di qualcosa e di cambiare il loro comportamento – si pensi alla campagna anti-fumo: adesso è proibito fumare ovunque, perché la gente è convinta che fumare in pubblico sia un comportamento socialmente illegittimo. Nel caso di Israele, si ha una campagna iniziata da diversi attori, compresi i palestinesi e i musulmani in generale, sostenuti dagli europei e anche da molti ebrei, il cui obiettivo è delegittimare Israele costruendo un’immagine dello Stato ebraico composta di stereotipi negativi, attraverso anche l’uso di slogan, come l’occupazione, la cancellazione dell’identità islamica a Gerusalemme, la discriminazione degli arabi israeliani, l’illegalità degli insediamenti.
Basta ripetere questi slogan nei media, nelle discussioni pubbliche, nei fora politici e si avrà come risultato indurre le persone a credere non in ciò che è reale ma in ciò che sentono ripetere di continuo.

 

Che vi sia un generale schieramento contro Israele nella stampa occidentale (e naturalmente in tutta quella araba, Al Jazeera in testa, in quella dell'ex Terzo Mondo, in quella dei paesi comunisti ed ex comunisti), l'ho mostrato tante volte. Le ragioni sono diverse, ma tutte si fondano su una scelta ideologica, cioè generale, non motivata da singoli episodi, pregiudiziale.

Questa scelta può essere dovuta volta volta a motivi religiosi (le ambizioni cristiane e islamiche al controllo dei luoghi santi), di solidarietà etnica (gli arabi contro gli ebrei), di dipendenza economica (il petrolio arabo), di tipo sociale (i "proletari" arabi contro i "capitalisti" ebrei), di sfogo dei sensi di colpa dell'ex colonialista Europa (il terzomondismo di tanti francesi e inglesi).
Per lo più sotto c'è una forte e nascosta (magari spesso inavvertita anche dagli autori) motivazione antisemita: gli stereotipi antisraeliani, se li si guarda con attenzione, sono l'aggiornamento più o meno consapevole delle vecchie accuse antisemita che portarono a millenni di persecuzione e alla Shoà: sfruttatori, ladri di proprietà altrui, dannosi, pericolosi, razzisti, perfino assassini di bambini e vampiri di corpi umani (si pensi per i bambini alle accuse del tutto immotivate ma ripetute alla nausea su Gaza; e per lo sfruttamento dei corpi, erede evidente dell'antica calunnia del sangue, alla campagna di due anni fa sul furto d'organi ai danni dei palestinesi, iniziata nella moderna, laica e multiculturale Svezia).


Lo stato ebraico sarebbe il frutto avvelenato di un "peccato originale": proprio questa, così teologica, è l'espressione preferita da alcuni rinnegati ebrei, attivi oggi come tanto in passato, in prima linea contro il loro (ex) popolo. La sola soluzione sarebbe la sua abolizione, magari attraverso quell'espediente che sarebbe lo stato unico di Palestina, naturalmente "democratico" e governato da "tutti i suoi cittadini", in primo luogo naturalmente i milioni di arabi che vantano a torto o a ragione un nonno o un bisnonno "rifugiato" e che dovrebbero "ritornarvi".

Perché mentre gli italiani, i francesi, gli slovacchi, i moldavi e magari anche in prospettiva i baschi e i corsi – e naturalmente i palestinesi - hanno diritto a un loro stato e possono difenderlo contro le aggressioni, gli ebrei no, non devono averlo, forse per osservare il divieto coloniale degli imperatori romani che lo smantellarono, o magari quello degli Omayadi che ne conquistarono il territorio con le armi a nome dell'Islam. O forse ancora per la preoccupazione cristiana (espressa perfino da monsignor Roncalli nunzio a Istanbul durante la Seconda Guerra Mondiale) che uno stato ebraico potesse avere una pericolosa connotazione teologica...


Tutte queste spinte agiscono sulla cultura condivisa in particolare del mondo occidentale, e acquistano in questo momento forza via via che la lezione della Shoà si banalizza. Il luogo in cui emerge quest'ideologia è prima di tutto la stampa, che ha una funzione importantissima di "agenda setting", come dicono i sociologi dei mass media, cioè di spiegare al loro pubblico di che cosa è importante occuparsi, ancor prima di raccontare che cosa avviene e quali soluzioni adottare.

L'agenda setting dei media ha un'importanza enorme sul Medio Oriente, e lo si è visto benissimo nei mesi dei rivolte arabe. Non diretti inizialmente contro Israele ma contro le dittature corrotte e spesso accanitamente antisemite, com'è il caso di Gheddafi e Assad (dimostrazione chiara che non è fondata la teoria per cui il conflitto israelo-palestinese sia la base dell'instabilità della regione), questi rivolgimenti stanno finendo in mano agli islamisti, che per ragioni ideologiche e pratiche, per impadronirsi cioè del potere con un tema di mobilitazione esterna permanente, hanno usato in maniera crescente la più velenosa propaganda antisraeliana. E però sia lo stato ebraico che le zone amministrate dai palestinesi sono rimasti fra i più calmi e pacifici in questi mesi (a parte l'incessante stillicidio di attentati terroristici, spari di razzi ecc.).


Dopo qualche mese di grazia mediale, pero, oggi grazie alla richiesta di adesione all'Onu decisa dall'autorità palestinese (un atto politico pianificato e volontario, non un evento sociale oggettivo e imprevedibile), la "lotta" dei palestinesi contro Israele è tornata artificialmente sulle prima pagine dei giornali, occupando ben più spazio delle stragi di Assad contro il suo stesso popolo siriano o della guerra fra Turchie e curdi, ben più sanguinose entrambe di quel conflitto.

La stampa internazionale e innanzitutto quella "progressista" dei quality papers (New York Times, Le Monde, El Pais, The Guardian, Repubblica) svolge in pieno e bisogna credere consapevolmente la sua funzione di megafono della propaganda palestinese, dando per importante e decisivo un voto dell'Onu che non potrà avere conseguenze legali e per urgente l'accettazione del calendario dell'Autorità Palestinese e dei suoi obiettivi.


Il sostegno a un'agenda setting omogenea ai piani dei palestinesi è il primo dei modi di appoggio da parte dei media a quella causa. Il secondo è l'adesione del suo punto di vista. Si tratta di un effetto fisico: ogni cosa del mondo si vede a partire da una certa prospettiva e il punto di vista influenza profondamente l'immagine. Questo è vero per quanto riguarda le fotografie sui giornali, come va documentando da anni con pazienza e lucidità Marco Reis sul suo sito www.malainformazione.it, ma è vero anche a livello generale.

La stampa occidentale guarda le cose dal punto di vista palestinese, vede Gaza e non Sderot, parla con scandalo delle costruzioni di alcune decine di case nelle "colonie" e non del boom edilizio in Cisgiordania (visto come normale), si occupa della "prepotenza" dei coloni e non dei continui atti di sabotaggio, aggressione e terrorismo vero e proprio che sono lo sport preferito dei palestinesi.


Il terzo è la censura, molteplice e capillare, che in parte segue a questo schieramento, che consiste nella scelta degli informatori, delle fonti, in definitiva della pertinenza. Attacchi micidiali e vigliacchi come l'omicidio della famiglia Fogel a Itamar o il razzo sparato da gaza che ha ucciso un ragazzo in uno scuolabus di un kibbutz ben dentro il territorio israeliano sono minimizzati. Le notizie nominano sempre la reazione israeliana ad atti terroristici, prime che questi.

Quando Israele viene bombardato da Gaza, i media tacciono., ma quando poi arriva l'inevitabile risposta israeliana allroa i media si svegliano ed inizia a parlare di attacco di Israele verso Gaza, facendo passare Israele per aggressore e non per un nazione aggredita che si difende legittimamente.

Le intenzioni razziste dei palestinesi, che ripetono a destra e manca di voler costituire uno stato Judenrein non sono mai analizzate. E così la loro scelta strategica, in caso di accordo per la costituzione di un loro stato, di non chiudere il conflitto. Perché come il loro presidente Muhammed Abbas ha spesso dichiarato, l'occupazione che combattono è quella del '48, non solo quella del '67 – cioè l'esistenza stessa di Israele


In conclusione: lo schieramento dei media contro Israele non è né casuale né involontario. E' il frutto di tecniche giornalistiche, di una strategia informativa, di un modo di raccontare che usa i mezzi della propaganda con cinismo e lucidità.

Lavorare giorno dopo giorno per smascherare le falsificazioni è necessario ma non sufficiente: perché oltre agli errori e alle deformazioni, di queste tecniche fa parte essenziale la censura e la deformazione prospettica. Bisogna cercare di integrare e sostituire la narrativa filopalestinese con le informazioni che vi mancano e il punto di vista di Israele. Dato che l'informazione oggi è un teatro bellico, questo è il primo compito degli amici della verità.

 

 

Prendendo spunto direttamente da qui, vi diciamo che in realtà sarebbe molto, molto meglio che le cose fin qui scritte non ci fossero, voglio dire che non ci fosse la ragione per scriverle. Sarebbe infinitamente meglio vivere in un tempo normale, in una situazione normale, in cui Israele avesse gli stessi problemi del Canada o del Portogallo e gli ebrei non fossero trattati in maniera troppo diversa dei protestanti o dei giainisti.

Si è mai visto qualcuno voler cancellare il Canada dalla carta geografica? Certo, è grande ed ha un solo vicino pacifico che sono gli Stati Uniti; ma lo stesso non vale per il piccolo Portogallo o per la piccolissima Slovenia e per mille altri posti al mondo: c'è forse qualcuno che voglia distruggerli e li bombardi a questo fine un giorno sì e l'altro pure, che rapisca i suoi cittadini, mandi attentatori suicidi nei suoi ristoranti, cerca di processare nei tribunali internazionali i suoi ministri e generali, che prepari la bomba atomica come “soluzione finale” del problema della loro esistenza? No, non c'è.

E non è che questi stati non debbano subire rivendicazioni territoriali o accuse per il loro passato: per esempio gli islamisti pensano che il Portogallo rientri nel territorio islamico di El Andalus, da riconquistare al più presto (ma per fortuna dei portoghesi sono ancora lontani); gli indigeni americani dicono giustamente di essere stati espropriati dai bianchi che da qualche secolo comandano in Canada, c'è la questione del Quebec, come in Slovenia quella della pulizia etnica degli italiani dopo il '45...

Non entro in queste faccende se non per dire fra stati normali e popolazioni normali che se ne discute, si litiga, magari si combatte anche, ma a un certo punto si chiudono. Chi in Europa oggi rivendicherebbe i confini del '38 (con la Germania a Praga e Danzica e l'Italia a Fiume e Lubiana...) o anche quelli del '68 (con Cecoslovacchia e Jugoslavia unite, gli stati baltici e l'Ucraina dentro i confini dell'Urss)? Solo un pazzo.

E chi andrebbe in giro a scrivere sui muri “morte ai protestanti”, “battisti al rogo”, o dicesse a qualcuno “sikh” o “giainista” per insulto? Chi consiglierebbe ai luterani di nascondere la loro identità per ragioni di sicurezza o costringerebbe le istituzioni buddiste a vivere dietro scorte di polizia e metal detector come succede a tutte le sinagoghe ebraiche le scuole e perfino le case di riposo in tutt'Europa, senza che peraltro questo impedisca attacchi, insulti, minacce, nei casi più gravi stragi come quella di Tolosa o di Burgas in Bulgaria? C'è qualcuno che propone di boicottare i ristoranti cinesi per protestare contro quel che accade in Tibet o se ne sta al freddo per non comprare il gas russo, colpevole dell'oppressione in Cecenia? Certo che no.

Eppure per Israele e per gli ebrei tutto questo accade e continua a peggiorare.
Prendiamo ad esempio gli ultimi quattro anni, ad esempio agli inizi 2009, poco dopo la fine dell'Operazione “piombo fuso”. Era un periodo terribile, sembrava a tutti intollerabile che Israele si fosse decisa a difendersi dagli attacchi continui dei razzi da Gaza (fra parentesi: a farlo è stato un governo che oggi palestinesi e sinistra dipingono da buono, composto da Kadima e laburisti, con Olmert presidente e Livni agli esteri).

Hamas poteva sparare impunemente i suoi razzi, per carità, è la Resistenza; Israele doveva subirli e stare zitto, come doveva subire gli attentati suicidi senza neppure creare un ostacolo fisico per impedire agli assassini di entrare in Israele: il famoso vergognosissimo “muro dell'apartheid”, voluto anche questo dalla sinistra.... Le manifestazioni islamiste contro Israele si succedevano, sinistre e sindacati si allineavano alle insinuazioni di stampo sempre più chiaramente antisemita che vi dominavano: gli israeliani specialmente dediti all'uccisione dei bambini palestinesi, magari per estrarne gli organi vitali, come gli ebrei del buon tempo antico usavano il sangue dei bambini cristiani per impastare il loro pane azzimo...

Poi gradualmente la tempesta mediatica si placò, vennero fuori le magagne, le menzogne sui bambini, sui trapianti, e anche in generale quelle militari sull'operazione difensiva a Gaza, propalate dal rapporto Goldstone si rivelarono per quel che erano da sempre, pure odiose costruzioni propagandistiche.
Ci volle del tempo, ma alla fine la macchina della propaganda contro Israele abbandonò questi temi. Ma non si spense.
Senza operazioni militari da parte di Israele, anzi con l'inquietante evidenza che il territorio fra il Giordano e il mare era il luogo meno agitato del Medio Oriente (nonostante i tentativi di Hamas di “movimentarlo” con razzi e attentati vari), la macchina della propaganda continuò a girare inventandosi “flottiglie” varie; ripetendo all'infinito diffamazione del governo Netanyahu, che pure ha fatto meno guerre di Sharon e anche di Olmert ed ha molto aiutato lo sviluppo dell'economia dell'Anp; concentrandosi sulla la questione delle “costruzioni” nelle “colonie”, fossero pure una mansarda e un balcone, che prima della geniale scoperta di Obama nessuno aveva mai sollevato.

Senza contare tutte le volte che Israele, aggredito da Hamas, viene presentato come aggressore dai media quando si difende, tacendo tra l'altro sui comportamenti criminali di Hamas verso Israele e gli stessi palestinesi (scudi umani, repressione e ricerca di vittime civili per ottenere consenso mediatico).

La macchina della diffamazione in questi quattro anni non ha mai cessato di lavorare. E non ha mai smesso di espandersi Eurabia, cioè l'islamizzazione dell'Europa, frutto congiunto dei crescenti numeri, delle crescenti pretese e del crescente integralismo degli immigrato islamici e soprattutto della continua, “virtuosa”, convinta resa da parte degli illuminati poteri europei e nazionali di porzioni di laicità dello Stato, di libertà di opinione, di accettazione dei comportamenti non ortodossi, e naturalmente di protezione dall'antisemitismo di fronte a quelle pretese.
Le notizie interessanti dal Medio Oriente e da “Eurabia”, quelle che contraddicono i benpensanti e i loro luoghi comuni, sono sistematicamente censurate, sottaciute, deformate. Il livello di inaccuratezza, di disinformazione e di vera e propria disonestà della parte maggiore e più “illustre” del giornalismo italiano ed europeo e purtroppo anche americano è davvero impressionante.
Si tratta di una guerra dell'informazione in cui i rapporti di forza sono altrettanto difficili di quelli che il minuscolo Israele coi suoi sette milioni di abitanti, deve affrontare con il miliardo e mezzo di islamici, per non parlare dei loro alleati terzomondisti e comunisti.

 

Infatti, da anni gli estremisti islamici e i loro numerosi sostenitori in molti paesi del mondo, soprattutto in Europa, istigano sistematicamente all’odio contro lo stato ebraico in particolare, e gli ebrei in generale. Per qualche oscura ragione, questi fomentatori professionali di odio trovano sostegno in molte testate giornalistiche e molte stazioni radio-televisive, che trasmettono presunte notizie e intere trasmissioni in cui Israele viene presentato come uno stato terrorista che si dedica allegramente all’omicidio a sangue freddo di donne e bambini nei cosiddetti territori palestinesi e a seminare devastazione e disperazione nelle città e nei villaggi della striscia di Gaza.
Evidentemente non ha alcuna importanza il fatto che tutte queste “notizie” siano senza riscontro e prive di fondamento, che molto spesso siano dei falsi o addirittura vere e proprie messe in scena. Le reti televisive europee insistono nel loro sforzo di presentare Israele come un mostro assetato di sangue paragonabile al Terzo Reich nazista. Le conseguenze? Odio verso Israele e verso gli ebrei, con tutto quello che ne consegue.

 

 

 

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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