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I Palestinesi e la propaganda emotiva

 

 

 

Premessa: tratto da qui, analisi di Manfred Gerstenfeld.

 

Giorni fa le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito alcuni obiettivi a Gaza dopo che il sud di Israele era stato attaccato da missili. Non c’è voluto molto tempo perché i media internazionali mettessero sullo stesso piano l’aggressore palestinese e l’aggredito israeliano. Come venne evidenziata nei titoli l’azione israeliana, mentre l’aggressione palestinese rimaneva in secondo piano.

Queste distorsioni della verità devono essere valutate in un contesto più ampio. La guerra di propaganda contro Israele include sempre più spesso la falsificazione dei fatti, mischiati ad argomenti mistificatori. Fra questi ultimi, l’uso del doppio standard, giudizi morali identici, paragoni distorti, richiami alla pietà e alle condizioni di povertà dei palestinesi, ecc.

Presentare l’aggressore palestinese come aggredito è il massimo esempio di come il richiamo emotivo prevalga sui fatti. Questi richiami hanno un posto centrale nella società contemporanea. I poveri sono considerati vittime, anche se sono criminali. Nel caso dei palestinesi, c’è da molte parti simpatia nei loro confronti in quanto ritenuti emarginati. Questo non viene contraddetto nemmeno dal fatto che Hamas, il partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti, conenga nel suo programma dei genocidi, come dichiarano apertamente i suoi leader.

I palestinesi hanno capito da molti anni come usare strumenti emotivi nel programmare la loro strategia di propaganda. Così facendo, riescono a nascondere l’ideologia da sempre criminale che caratterizza la loro società. Se per far fruttare a livello internazionale i richiami emotivi è bene atteggiarsi a vittima, i palestinesi sono riusciti a diventare addirittura delle super-vittime. Dato che i palestinesi si presentano come tali, allora gli israeliani possono solo essere la quintessenza del male.

I richiami emotivi non sono occasionali, ma continui. Il loro successo più grande fu all’inizio della seconda intifada. L’assassinio di Mohammed al-Dura nel 2000 fu percepito in tutto il mondo come un crimine israeliano. Oggi sappiamo che quel ragazzo venne quasi sicuramente ucciso dal fuoco palestinese.

Ci sono molti altri esempi di propaganda emotiva. Israele ha costruito una barriera difensiva – in alcune parti è un muro – per difendersi dai terroristi palestinesi suicidi. All’estero, i sostenitori dei palestinesi la descrivono come un carcere costruito apposta da Israele, e chiedono l’abbattimento del ‘muro’ presentandosi come portatori di ragioni umanitarie. Mentre in realtà stanno lavorando per favorire nuovamente l’uccisione di civili israeliani. La barriera (di cemento solo per il 6% della sua lunghezza totale) è servita a bloccare gli attacchi terroristici suicidi, non a confiscare territori. Ed ha funzionato, dato che gli attentati sono diminuiti del 99%.

I posti di controllo, che sono stati costruiti da Israele per prevenire gli attentati, sono un altro argomento della propaganda emotiva palestinese. In questo sono aiutati dall’enfasi emotiva che ricevono dai loro alleati all’estero, che scrivono come persino donne incinte siano controllate ai checkpoint, quando sono proprio i palestinesi ad usarle come terroriste suicide.

Fino ad oggi, il successo della menzogna sul caso al-Dura sembra essere l’ imbattibile esempio della propaganda emotiva palestinese. Gli sta alla pari la mistificazione della Flotilla di Gaza, che era, appunto, stata presentata come un aiuto umanitario, anche se la Mavi Marmara, la nave più grande, non ne portava nessuno. Come non ne avevano neppure le altre due navi. Trasportavano strumenti di uso militare, insieme a medicinali scaduti. In più, sette dei nove uccisi sulla Mavi Marmara avevano dichiarato prima della partenza di voler morire da martiri.

Nulla di tutto ciò fu giudicato rilevante da Catherine Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza dell’Unione Europea, che, insieme al parlamento tedesco ed europeo, insieme a molti altri, condannò Israele. E questo, malgrado Israele avesse pieno diritto legale di impedire l’attacco al blocco di Gaza e quindi di fermare le navi. Le reazioni internazionali sul caso Flotilla diedero una grande vittoria alla propaganda emotiva palestinese sui diritti legali di Israele.

Il ricorrente successo della propaganda emotiva palestinese avrebbe dovuto mettere in guardia da lungo tempo il governo israeliano che questi avvenimenti non succedono a caso. Da più di dieci anni almeno, ci si sarebbe dovuti rendere conto che fanno parte integrante e sistematica della strategia della guerra di propaganda palestinese. Israele avrebbe potuto così analizzare parecchi anni fa l’impatto provocato da questi richiami emotivi e come passare al contrattacco.

Sfortunatamente le autorità israeliane si sono lasciate sfuggire l’esatta natura di questo processo. Alcuni esperti governativi mi hanno persino detto che nulla può essere fatto per quanto concerne la diffamazione di Israele. Per rendere le cose ancora più difficili e commettendo un atto di ancor più grande stupidità, le Forze di Difesa israeliane si sono addirittura scusate per l’uccisione di Mohammed al-Dura.

Questo non vuol dire che i palestinesi hanno vinto la guerra di propaganda e Israele l’ha persa. Il problema è che il vincitore della guerra di propaganda può alla fine sconfiggere il vincitore della guerra tradizionale. E’un processo complesso, che non si può risolvere con azioni isolate, occorre denaro, tempo, gruppi di lavoro ben coordinati, applicazioni sistematiche di analisi metodologiche e capacità manageriali. E’ una strada difficile, ma l’orribile alternativa è quasi sicuramente la sconfitta.

Manfred Gerstenfeld è Presidente del Consiglio di Amministrazione del Jerusalem Center for Public Affairs.

 

 

 

 

 

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