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Come comportarsi con i giornalisti che manipolano le notizie contro Israele?

 

 

Premessa: tratto da qui, di Manfred Gerstenfeld (Traduzione di Angelo Pezzana)

 

Come dovrebbe comportarsi Israele con chi manipola le notizie in senso pro-palestinese ? Trattarli come se fossero giornalisti seri? Dovrebbe essere a loro disposizione perché scrivono su testate credibili solo perché molto conosciute ? Perché favorire gli alleati dei propri nemici ? Queste domande sono di nuovo all’ordine del giorno dopo che Henry Silverman, dell’Università Roosvelt di Chicago, ha pubblicato uno studio sulla impostazione pregiudiziale contro Israele della Reuters.

Silverman ha analizzato 50 servizi della Agenzia Reuters dal Medio Oriente, arrivando alla conclusione che la loro ‘obiettività’ era del tutto inesistente. La Reuters, ha scritto, copre il conflitto mediorientale “ a base di continua propaganda, influenzando i lettori a favore della parte palestinese e degli stati arabi contro Israele”.

La sua analisi ha verificato come quegli articoli contenessero falsi resoconti e omissioni, propaganda e incongruenze madornali. Siccome Reuters ha un manuale di comportamento, che i suoi giornalisti si ritiene dovrebbero seguire, Silverman ha controllato tutti gli articoli per vedere se quel codice era stato rispettato. Ho trovato invece 1,100 esempi di omissioni di notizie, vale a dire, statisticamente, 22 errori e omissioni per ogni articolo, anche breve. Silverman ha allora sottoposto gli articoli a degli studenti che non avevano una idea precisa sul conflitto mediorientale. Dopo che li ebbero letti, si schierarono a favore dei palestinesi. (1)

Trevor Asserson, un avvocato inglese che adesso vive in Israele, aveva applicato più o meno lo stesso criterio alla BBC diversi anni fa. Largamente finanziata dal governo inglese, gode di una posizione di quasi assoluto monopolio, ma deve osservare per legge 15 regole: correttezza, rispetto della verità, accuratezza, osservare i principi fondamentali della democrazia, non trasmettere opinioni personali per quanto riguarda politica e affare pubblici, garantire all’opposizione che non verranno manipolate le loro posizioni e non permettere che gli indici di ascolto influenzino le opinioni dei giornalisti.

Per verificarne il contenuto, Asserson controllò vari programmi Tv della BBC sul Medio Oriente trasmessi sui canali 1 e 2, dal giugno 2002 al 2004. Dopodichè affermò che “ il risultato era equivalente a una campagna diffamatoria contro Israele, ogni 2 o 3 mesi venivano trasmessi documentari critici su Israele… l’88% dei quali comunicavano sul conflitto israelo-palestinese una valutazione negativa su Israele o (in due casi) una positiva dei palestinesi”. Aggiunse anche di aver potuto verificare che “ il sistema per ricevere le opnioni degli ascoltatori non funzionava”.

Concludeva Asserson: “ I servizi giornalistici della BBC su Israele sono scorretti per omissione, aggiunte, riferimenti parziali dei fatti durante le interviste, mancanza di informazioni che riferiscano gli antefatti. L’unico modo per mettere il tutto in evidenza era fare una indagine legale, per questo ho redatto le mie ricerche in un modo che fossero subito comprensibili da un giudice di tribunale. (2)

Un’altra forma di manipolazione è il criterio con il quale vengono scelti gli editoriali che contengono pregiudizi. Verso la fine del 2011, il Primo Ministro israeliano Netanyahu aveva “ rispettosamente rifiutato” di scrivere un editoriale per il New York Times. Ron Dermer, suo consigliere, scrisse al quotidiano, citando una frase del Senatore Patrick Moynahan, che diceva “ Tutti possono esprimere la propria opinione, ma nessuno può distorcere i fatti a proprio piacimento”. Dermer precisava che il New York Times aveva stampato un editoriale del Presidente Mahmoud Abbas contenente ‘fatti storici’ falsi, e che quindi sarebbe stato obbligatorio controllarlo prima di stamparlo. Aggiungeva Dermer, che negli editoriali su Israele degli ultimi tre mesi sul New York Times e sull’ International Herald Tribune 19 su 20 erano negativi verso lo Stato ebraico. (3)

Se queste manipolazioni e propaganda vengono diffuse dai maggiori e più qualificati media, che cosa dobbiamo aspettarci dagli altri ? Abbiamo veramente un'urgente necessità che venga messa sotto osservazione l’etica professionale del giornalismo attuale. Israele è il test più appropriato per questo fine.

Ma nel frattempo Israele deve agire. E’ tempo che la Knesset crei una commissione sui media, per approfondire questo problema complesso e informare il governo sulle attività manipolatrici fra i giornalisti. La libertà di stampa è una cosa. Godere dell’assistenza del governo per aiutare il nemico è qualcosa di radicalmente diverso. Occorre chiedere ai ministri competenti perché certi giornalisti ( leggasi: propagandisti arabi e palestinesi) godano di certi privilegi. Si aggiustino da soli, senza i diritti che derivano dal possesso della tesserina di giornalista. C’è una guerra contro Israele, i suoi leader cercano e trovano i mezzi per combatterla; lo stesso atteggiamento dobbiamo assumere per quanto concerne la propaganda di guerra.

[1] Henry Silverman, “Reuters: Principles Of Trust or Propaganda,” The Journal of Applied Business Research – November/December 2011 Volume 27, Number 6

[2] Manfred Gerstenfeld interview with Trevor Asserson, “The BBC: Widespread Antipathy Toward Israel,” in Israel and Europe: An Expanding Abyss,” (Jerusalem: Jerusalem Center for Public Affairs, The Adenauer Foundation, 2005) 194.

[3] “PM adviser’s letter to ‘New York Times,’ The Jerusalem Post, 18 December 2011.

Manfred Gerstenfeld è Presidente del Consiglio di Amministrazione del Jerusalem Center for Public Affairs.

 

 

 

Perfino il New York Times disinforma contro Israele

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Ricki Hollander e Gilead Ini collaborano con CAMERA, dove hanno pubblicato il loro saggio “ Incriminare Israele: come il New York Times descrive il conflitto Israele-Palestinese”
 
“ Il New York Times (NYT) è l’ esempio di un giornalismo colpevolmente  pregiudiziale. Sia gli editoriali che le cronache sono impostati su una prospettiva pesantemente anti-israeliana. Il che va, nel modo più ottuso, contro le regole dell’etica giornalistica, che dice ‘ riportare le notizie nel modo più imparziale possibile’ e ‘ dire ai lettori la nuda verità nel modo più onesto possibile’
 
“Senza evidenziare la violenza dell’incitamento contro gli israeliani che è tipico della società palestinese, il NYT avvelena la mente dei lettori presentando una visione di Israele come se fosse il responsabile dei molti mali – se non di tutti – della regione. Lo fa usando il doppio standard nel riferire su Israele e i suoi nemici raccontando solo la metà dei fatti. Ripulisce il ruolo dei nemici di Israele, inclusi i gruppi terroristi, e con ossessione incrimina Israele in tutte le occasioni.”
 
“ Lo studio di CAMERA include anche l’analisi degli editoriali pubblicati in 9 mesi del 2011-2012,  scritti da giornalisti che sembrano tutti aderire allo stesso tipo di pregiudizio verso Israele. All’inizio sembrano apparentemente difendere Israele e il suo diritto a difendersi. Ma poi, dopo un ‘ma’, accumulano in tutto il pezzo la condanna più severa sulle iniziative di difesa da parte di Israele. Ignorano i fatti, le statistiche, e tutto ciò che permetterebbe ai lettori una migliore comprensione o anche simpatia nei confronti di Israele.
 
“  Su 7 editoriali sul conflitto arabo-israeliano, 6 sono negativi verso Israele, e nessuno positivo. Le opinioni espresse seguono le stessa linea di condanna. Dei pezzi degli opinionisti invitati a scrivere sull’argomento, 15 su 20 erano contro Israele, solo uno era a favore. Non ce n’era nessuno scritto da leader israeliani.

“Nel passato ci furono editorialisti che scrivevano positivamente su Israele, ad esempio William Safire e Abe Rosenthal, ma poi o andarono in pensione o a miglior vita,  nessuno più ha controbilanciato gli altri articoli del giornale.
 
“In un contesto globale, Israele è discriminato in maniera sproporzionata negli articoli sul conflitto del NYT, che applica allo Stato ebraico criteri molto più severi rispetto a quelli adottati verso i palestinesi. Virgil Hawkins, nel suo libro Stealth Conflicts, dimostra come l’interesse dei media su Israele venga alimentato a spese di altri conflitti migliaia di volte più letali di quelli tra Israele e i suoi vicini.
 
“ Questo interesse sproporzionato si vede anche nelle titolazioni. Nel nostro studio abbiamo contato 12 titoli nei quali Israele uccideva degli arabi, ma nessuno riportava gli omicidi degli arabi, malgrado il fatto che in quello stesso periodo esaminato gli arabi avessero ucciso 14 israeliani.
 
“Altri esempi del doppio standard del NYT si verificano nel diverso atteggiamento di fronte alle aggressioni violente. Quando nel 2012 alcuni giovani ebrei aggredirono un ragazzo arabo a Gerusalemme, causandogli il ricovero in ospedale, il giornale raccontò il fatto in prima pagina con molta evidenza. L’aggressione era spiegata  come un riflesso negativo dell’intera società israeliana. Ci fu un’altra prima pagina, con un articolo che   informava i lettori che l’attacco ‘rivelava aspetti vergognosi di razzismo,violenza e estremismo’. C’è mai stata una aggressione di giovani violenti contro un ragazzino in qualunque altra parte del mondo che abbia meritato la prima pagina del NYT per ben due volte ?
 
“ Il NYT si è comportato diversamente nel 2011 in merito a un orrendo massacro perpetrato da giovani palestinesi nella città israeliana di Itamar. Il NYT nascose nelle pagine interne la notizia della uccisione di una intera famiglia di ebrei, padre, madre e i loro tre figli, inclusa una bambina di tre mesi. Non scrissero naturalmente nulla che giudicasse in modo critico la società palestinese.
 
“ Le pagine di cronaca non si distinguono dagli editoriali. In un mese, il NYT ha usato queste parole riferendosi ai leader d’Israele: ‘aggressivo, rude, testardo,duro, cinico’. Un giornalista ha chiesto ‘ se Israele non è colpevole di ‘ipocrisia senza attenuanti’, perché si oppone all’arricchimento dell’uranio in Iran, un paese votato alla distruzione di Israele.
“ Purtroppo rivolgersi agli ombudsman del NYT non è la soluzione. I loro giudizi  brillano per banalità in merito al conflitto, lo giudicano un argomento controverso che produce critiche ‘da entrambe le parti’, così equiparano proteste sensate e evidenti con quelle dei più fanatici e violenti nemici di Israele, per i quali niente è mai abbastanza anti-Israele.
“Per informare i passanti dei pregiudizi estremi del NYT, CAMERA ha appeso un grande poster davanti all’edificio che a Manhattan ospita la redazione del giornale.

 

 

 

 

 

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