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L'obiettivo sporco dei media sottomessi alla propaganda di Hamas

 

Per Hamas e per gli altri terroristi lo “spettacolo” della morte è comunque vincente.

 

Premessa: tratto da qui e qui

Per i terroristi la morte di bambini innocenti è irrilevante. In una società che esalta il martirio come il più nobile degli obiettivi, la morte degli innocenti può essere vista come una manna nei rapporti con l’opinione pubblica.
“L’intero conflitto – mi dice il giornalista straniero seduto al caffè – è uno spettacolo da prima serata: i palestinesi ci forniscono la parte romantica della storia”.

Il terrorismo è uno show, con i suoi produttori e i suoi distributori. Senza una certa connivenza dei mass-media internazionali, il terrorismo non sarebbe così efficace e potrebbe addirittura scomparire. Mentre Hamas fa piovere razzi e missili sulla popolazione civile in Israele e in cambio subisce grandi distruzioni e centinaia di morti come “danni collaterali”, bisogna chiedersi: a che scopo? La stessa domanda vale per il terrorismo suicida. Il vero obiettivo sembra quello di suscitare simpatie (in certi ambienti) e terrorizzare il nemico, raggiungendo gli spettatori su una quantità innumerevole di canali multimediali.


In questo genere di “spettacolo” le vittime, sia israeliane che arabe, giocano sempre a favore della stessa parte: quella che conta di guadagnare più simpatia verso le vittime. Di solito si tratta di Hamas e delle altre organizzazioni terroristiche. In questa puntata si tratta per lo più di islamici palestinesi, finanziati dall’Iran e da altri paesi con grosse entrate petrolifere.

Se un razzo dovesse bucare la difesa israeliana e causare gravi danni in Israele, Hamas si vanterebbe d’essere tanto forte da colpire lo stato ebraico. Se la reazione di Israele causa tristemente la morte di civili arabi, Hamas “esibisce” la “disumanità” di Israele dimostra che Israele merita l’indignata condanna del mondo. Per Hamas e per gruppi simili lo “spettacolo” della morte è comunque vincente.


Come mai la lente sporca dell’obbiettivo funziona sempre a favore della stessa parte? Lasciamo stare l’antisemitismo, anche se è evidente che gioca un ruolo in questa equazione. La realtà è che i terroristi, o attivisti, o combattenti palestinesi o comunque li si voglia chiamare, hanno imparato da tempo qual è il punto debole delle democrazie. Nelle società in cui la divisione dei poteri è la chiave della libertà, la libertà di parola è un solido contro-potere che può svelare la corruzione, denunciare una politica, rimodellare il sistema. I mass-media sono i veri leader del mondo libero. […]
In realtà, secondo un semplice ed elementare principio dell’etica e della giustizia, in ogni azione lo scopo, l’intento, fa grandissima differenza. Non sono moralmente equivalenti l’uccisione deliberata dei civili e una controffensiva che tragicamente comporta perdite civili. Ma di fronte all’obiettivo ogni distinguo scompare. Il cadavere di un bambino coperto di sangue è il culmine dello spettacolo (e nessuno si farà domande su come si sia arrivati a tanto). Non c’è da stupirsi che Hamas chieda alla popolazione di Gaza di rimanere nelle case, mentre Israele chiede ai civili di scappare dai luoghi che saranno bombardati. E’ facile immaginare i capi di Hamas che dirigono lo spettacolo nascosti nelle scuole, nelle moschee, negli ospedali, nei tunnel, mentre commentano gli ultimi sviluppi: “più sangue, ci serve più sangue!”.

I mass-media e i social network che si professano filo-palestinesi, quando non trovano abbastanza immagini orripilanti da Gaza riciclano vecchie immagini usando Photoshop o video di altri conflitti, per lo più in Iraq e Siria, per mostrare “atrocità” a Gaza. Nell’attuale conflitto sta succedendo anche questo.
Ma per quanto YouTube, Facebook e altri social network siano utili per raggiungere un’audience più ampia, reporter e giornalisti continuano a svolgere il loro ruolo. E purtroppo non hanno scelta. Spiega il giornalista: “i palestinesi hanno scritto il copione dello spettacolo. E come dicono i direttori, se c’è sangue c’è audience”. Quelli sul campo sono spinti a mandare una storia “succulenta” che possa andare in prima pagina.


Israele è una democrazia in cui la libertà di espressione è totale, mentre i territori palestinesi sono governati da dittatori, nel migliore dei casi “moderati”, altrimenti da tiranni islamisti. Un reporter è un professionista che campa raccontando quello che vede e che sente, commentandolo e fotografandolo.

In Egitto tre giornalisti sono stati recentemente condannati a sette anni di carcere, con un processo vergognosamente politicizzato, semplicemente per aver fatto il loro lavoro: perché per loro sfortuna lavoravano per al-Jazeera, la tv del Qatar che è principale sostenitore dei Fratelli Mussulmani, che sono stati appena messi al bando dal nuovo governo egiziano. Persino il presidente “moderato” dell’Autorità Palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) fa arrestare i giornalisti che osano sollevare interrogativi sul governo. Dove sono le proteste per queste violazioni dei diritti umani?

Cosa ha più valore telegenico: le sorprendenti scoperte e innovazioni degli scienziati israeliani che contribuiscono a migliorare la vita di tutti o le immagini di un ragazzo che tira sassi a un blindato?
E’ immaginabile lavorare in Cisgiordania o a Gaza, o in molti stati arabi e islamici, sostenendo un punto di vista controcorrente che si faccia interprete delle ragioni d’Israele o anche solo un punto di vista equilibrato? Purtroppo la risposta è no.
I reporter rischiano la vita. In Cisgiordania vengono presi in carico da “traduttori” palestinesi addestrati ad accompagnare i giornalisti come facevano in epoca sovietica i cosiddetti “sputnik” (in russo, compagno di viaggio), veri guardaspalle addestrati a promuovere il comunismo facendo sì che turisti e giornalisti vedessero soltanto quello che il governo voleva vedessero, e soprattutto non vedessero quello che il governo non voleva vedessero.
In tutto il Medio Oriente i reporter sono sotto minaccia, tranne che in Israele. E hanno una sola ovvia scelta: sostenere il punto di vista delle autorità (in questo caso palestinesi), o non lavorare più in Cisgiordania e a Gaza. Sporcare la lente dell’obiettivo o perdere il lavoro.

Mentre lavoravo a uno dei miei documentari, il palestinese che guidava la mia troupe mi offrì uno scoop. In quanto francese, dava per scontato che fossi filo-palestinese. “Sai che cosa rende? – mi disse – Quando un soldato israeliano uccide un ragazzo. Ti interessa? Si può organizzare, per diecimila dollari. Possiamo farlo succedere”. Parlava di una messa in scena o di un vero assassinio? Non osai chiederlo. Voglio continuare a credere, nonostante tutto, che non si sacrifichino coscientemente dei bambini in nome dello spettacolo.
Ma, come conclude il giornalista straniero, “tutti i direttori dicono la stessa cosa: se non c’è un risvolto anti-israeliano, non interessa”.

 

Durante la “tregua umanitaria” chiesta da Hamas e da Hamas non rispettata, sono stati ammazzati senza processo di sorta, come cani rabbiosi, trenta palestinesi colpevoli, secondo Hamas, di “collaborazionismo con Israele”. Le “prove”? Delle carte telefoniche SIM israeliane , trovate (dicono) in possesso dei malcapitati. Cosi’ Hamas si libera di eventuali oppositori. Questo mentre nella Striscia di Gaza stazionano centinaia di reporter da tutto il mondo che però sono troppo impegnati a mettere in posa i soggetti che forniranno loro il materiale per concorrere al prossimo Prize Award, per poter riportare una simile sciocchezza.

Del resto, un giornalista internazionale, in un attimo di sincerità ha detto: “Sappiamo che Hamas usa i palestinesi come scudi umani, ma perché riportare questa notizia, quando si è seduti nel bel mezzo della Striscia di Gaza, circondati da uomini armati di Hamas?”

 

Hamas gambizza altresì i sospetti “collaborazionisti” per impedire loro di muoversi. Molti altri, tra cui gli attivisti di Fatah, sono stati messi agli arresti domiciliari per volontà di Hamas. Lo sanno tutti i reporter internazionali presenti a Gaza e tacciono. Nemmeno uno dei giornalisti stranieri presenti nella Striscia di Gaza ha menzionato, nei suoi servizi, le uccisioni brutali. Forse temevano di essere allontanati dal teatro di guerra e di essere inviati a svolgere il loro lavoro in un luogo anonimo.

Hamas è riuscita a evitare che i mezzi di comunicazione internazionali fornissero informazioni sulla perdita di vite umane tra gli appartenenti all’organizzazione. Ai reporter è stato permesso di parlare solo delle vittime civili nella Striscia di Gaza. Avete visto qualche foto o avete letto qualche pezzo sugli uomini armati di Hamas? Ovviamente, no. La versione ufficiale è che non esistono.

I giornalisti stranieri presenti nella Striscia di Gaza hanno soddisfatto le richieste di Hamas e continuano a evitare le notizie o le foto che mostrano un cinico sfruttamento dei civili innocenti in tempo di guerra da parte del movimento islamista. I mezzi di comunicazione si sono ancora una volta schierati nel conflitto israelo-palestinese. Così facendo, i media stanno aiutando Hamas a farla franca con i crimini di guerra.”

Ma perché un giornalista accetta questi dictat, quando il suo compito sarebbe informare? Semplice: perché ne va della sua carriera. Essere allontanati da Hamas dal fronte delle “notizie” equivale a perdere un’occasione, a fare un passo indietro nella “carriera”. E la carriera avanti tutto!

 

Come ben evidenziato qui, durante la cristi dell'estate 2014, i reporters, non tutti ma alcuni, una volta usciti da Gaza hanno cominciato a parlare. Il quadro che ne è risultato era facilmente intuibile, ma per la prima volta i diretti interessati lo hanno confermato: a Gaza i media “lavorano” per Hamas. 

Sappiamo che Hamas usa gli scudi umani. Ma perché riportare questa notizia quando si è seduti nel bel mezzo della Striscia di Gaza, circondati da uomini armati di Hamas?”

La domanda che ci si potrebbe porre, all’inverso è: Perché stare a Gaza se non per riportare notizie?

Perché non si sottolinea la violenza con cui Hamas obbliga i civili a fare da scudi umani ed a morire inutilmente? L’uso di scudi umani è esplicitamente vietato dalla Convenzione di Ginevra!

 

E non una parola sui poveri palestinesi uccisi da Hamas perché sospettati di aiutare Israele, come gli oltre 30 Palestinesi, uccisi senza processo durante una delle “tregue umanitarie” volute da Hamas, con la ridicola accusa di essere “spie di Israele”! Le prove? Carte telefoniche israeliane, “ritrovate” nelle tasche delle vittime. 

E’ la fine che fa chi osa alzare la voce contro Hamas. Dove stavano i solerti reporters? 

Sami Abu Lashin, attivista di Fatah a Gaza, racconta: Il 28 luglio, pochi minuti dopo la chiamata alla preghiera della sera, nel primo giorno della Aid Al Fitr, eravamo riuniti, io e la mia famiglia, quando abbiamo sentito bussare alla porta. Aspettavo un amico e sono andato ad aprire. Mi sono trovato davanti una ventina di uomini incappucciati. Uno di loro si è staccato dal gruppo e mi ha sparato alle gambe, prima alla coscia destra e poi a quella sinistra. Mi accusavano di non aver rispettato l’ordine di non lasciare la mia abitazione, durante le incursioni aeree israeliane. Circa 250 attivisti di Fatah sono stati arrestati da Hamas con la stessa accusa. 125 uccisi subito, per essersi rifiutati di fare da scudi umani. 

 

La notizia è immediatamente rimbalzata su tutte le testate giornalistiche principali? Ma che! Non una parola. I reporters erano troppo occupati a seguire le direttive di Hamas ed a costruire gli stages preferiti dai loro lettori. Ad esempio a mettere in scena “le bambole di Gaza“, un tema ricorrente e che incontra il gusto dei lettori. Dai cumuli di macerie fumanti dopo i raid israeliani, sbucano sempre bambole intatte e pulitissime, stratagemma veloce e di sicuro impatto. 

Non c’è tempo per mostrare i morti ammazzati o feriti, gli scudi umani incatenati ai palazzi e per raccogliere le voci di chi, a rischio della propria vita, protesta. 

 

Il regista israeliano Michael Grynszpan descrive su Facebook uno scambio avuto con un giornalista spagnolo, appena uscito da Gaza. “Abbiamo parlato della situazione del Paese. Lui era molto cordiale. Ho chiesto come mai non si vedono sui canali televisivi di reporting da Gaza, i militanti  di Hamas: niente uomini armati, niente lanciarazzi, nessun poliziotto. Vediamo solo civili in questi reportages, per lo più donne e bambini. Mi ha risposto francamente:”E” molto semplice, abbiamo visto le rampe di lancio di Hamas, li abbiamo visti lanciare i missili, erano vicino al nostro hotel, ma se mai avessimo osato  puntare la nostra macchina fotografica su di loro ci avrebbero semplicemente sparato e ci avrebbero ammazzati  ‘”

 

Nick Casey, del The Wall Street Journal, John Reed del The Financial Times, Harry Fear, del Rt sono tutti giornalisti minacciati di morte per aver descritto il lancio di missili da parte di Hamas. Radjaa Abou Dagga, giornalista franco-palestinese, racconta su Libération di come sia stato catturato da militanti di Hamas, portato in uno dei quartieri generali del gruppo terrorista, basato (guarda caso) all’ospedale di Shifa e di come gli fosse intimata la partenza immediata da Gaza se voleva avere salva la vita. Libération ha rimosso, in seguito, il suo articolo. 

Certo, le voci scomode, per quanto flebili, cominciavano a essere troppe e cosi’ la Foreign Press Association (FPA) Associazione della stampa estera, ha dovuto necessariamente rilasciare un comunicato: 

“La FPA protesta energicamente contro i metodi flagranti, incessanti, energici e poco ortodossi utilizzati dalle autorità di Hamas e dai loro affiliati, contro i giornalisti internazionali a Gaza.” 

 

Hamas ha disperato bisogno dell’appoggio morale dell’Occidente, non può permettere che la narrazione de “l’eterna vittima” che così tanto successo ha ottenuto, sia inquinata dalla verità. Ha bisogno di mostrare solo una popolazione inerme, i danni dei bombardamenti, i lutti, le bambole tra le macerie per allontanare la domanda “Perché?”. Non esiste causa e effetto, gli attacchi israeliani devono essere considerati solo manifestazione della ferocia innata di un popolo. E quindi è necessario non inquadrare mai i militanti che terrorizzano la popolazione, mai le rampe di lancio, mai ammettere quante fra le vittime siano stati “incidenti di percorso” interni.

Così le minacce verso i giornalisti esteri continuano, nonostante le proteste della FPA. E i reporters che accettano? Si sa, il mondo dell’informazione è spietato, non lascia spazio a chi si dovesse porre domande etiche.


Nella società palestinese tutto è pensato in funzione della promozione del martirio. Se il programma non fosse così efficace – se i mass-media non guadagnassero tanto dalle scene più orrende, se i reporter fossero davvero liberi di fare il proprio lavoro nei paesi arabi e nei territori palestinesi – questa barbarie non ci sarebbe.

Se i giornalisti non sapessero di poter contare sulla complicità, forzata o meno, di freelancer che forniscono alle agenzie internazionali scoop redditizi, il terrorismo su scala di massa degli ultimi tempi potrebbe non accadere nemmeno. Se ci fosse libertà di parola nei territori governati dai palestinesi, come in qualunque altro paese arabo islamico, emergerebbero i fatti, e non spettacoli morbosamente violenti.
Auguriamo il meglio ai palestinesi – un governo responsabile e trasparente che si dedichi a migliorare le loro condizioni di vita – ma è altamente probabile che se così fosse, la “causa palestinese” avrebbe perso gran parte del sostegno già da lungo tempo. E non avrebbero altra scelta che cercare la pace.
Questo ignobile spettacolo va fermato. Ma come?

 

 

Due pesi due misure: perché l'informazione è quasi sempre contro Israele?

 

 

Premessa: tratto da qui

Essere un giornalista che copre la vicenda mediorentale è un nodo identitario molto controverso. A volte sei sottoposto a una "overwhelming question" come dice Elliott: sei un giornalista degno di questo nome se tratti la questione senza metterti al servizio della "causa palestinese"? La risposta della corporazione, e di una buona parte dei lettori è no, essi vorrebbero inchiodare la tua credibilità, il tuo onore professionale a una sua banalizzazione codificata che crea da decenni circoli e sottintesi, che lega e cementa la banda, e la banda stessa altrimenti ti definisce un giornalista a metà.
Anche se tu sai che la questione Israelo/araba è coperta di menzogne, che Israele è una isola sullo 0,2 per cento di un territorio tormentato da conflitti incomparabilmente più sanguinosi, che buona parte del conflitto palestinese è insieme nazionalista, religioso, fanatico e anche terrorista, che i palestinesi non mirano, per la maggior parte, alla soluzione di "due stati per due popoli", e che le cose le hanno abbondantemente dimostrate. Qualcos'altro conta per i giornalisti, ovvero una convenzione cultuale e politica che ha a che fare con scelte di clan basilari, di essere e non essere e anche con lo spirito del nostro tempo, globalista, contrario alla guerra, alla nazione, alla religione.

Come non notare tutti quei giornalisti che hanno l'attitudine di essere una noiosissima, ripetitiva, ossessiva coazione a ripetere sulle ragioni dei poveri palestinesi, anche quando sono terroristi, anche quando rifiutano ogni accordo di pace, anche quando vengono alla luce prove evidenti della loro malafede in qualsiasi processo di pace, anche quando vengono fuori storie di ferocia paragonabile a quelle dell'ISIS.
Anche oggi la lectio brevis relativa a Abu Mazen è che sia un moderato carico di promesse per un processo di pace effettivo: è notevole l'irrilevanza giornalistica dei suoi mezzi di comunicazioni di massa pieni di odio, del suo sostegno pubblico, clamoroso, dei terroristi, con gesti pubblici di sostegno (accoglienza dei terroristi liberati come di eroi nazionali, piazze a loro intitolate, corsi estivi, feste, finanziamenti speciali per chi è in carcere...).
In Israele approdano un gran numero di giornalisti, coccolati, iscritti a club esclusivi, nutriti in ristoranti molto buoni che fanno sconti notevoli: più sono avversi e più sono corteggiati. Quasi gli unici giornalisti stranieri invitati a vedere le famose gallerie dall'esercito durante la guerra sono stati quelli di New York Times, giornale molto antagonista. Ma questo non ha salvato Israele durante la guerra di Gaza da un attacco concentrico.

Durante la guerra, innanzitutto bisogna capire che al di là delle immagine dei morti e dei feriti palestinesi, da Gaza non è uscito quasi niente. Non c'era che scrivere, tutto era proibito: se non raccontavi della lamentevole sorte dei palestinesi, ti cacciavano, ti minacciavano fin nella vita. Poche voci di giornalisti hanno osato, e in genere quando uscivano dalla Striscia, rivelare la verità dei fatti, cioè che Hamas ha imbastito e condotto una guerra asimmetrica in piena regola, mirando ai civili e usando i suoi civili come scudi umani, le loro case, le scuole e gli ospedali come casematte, punti di raccolta dei propri armati.
Hamas ha mescolato i propri armati con i civili, ha sparato dalle finestre di edifici civili, probabilmente non sapremo mai la verità sul numero dei morti e feriti di una e dell'altra parte. Ciò che è uscito da Gaza, salvo per gli exploit di un giornalista italiano, di uno indiano, di una finnica e di un francese che comunque hanno potuto parlare solo dopo che erano usciti, sono quattro storie sulle diecimila che avremmo dovuto conoscere, e che non sapremo mai.

La minaccia è un elemento che è sempre stato basilare nella copertura della vicenda palestinese (ricordiamo la storia di Riccardo Cristiano, che addirittura si autodenunciò su un giornale palestinese temendo rappresaglie quando fu mandato in onda da Canale 5 il materiale del linciaggio di due soldati israeliani, o semplicemente io devo pensare a come ho passato 13 anni della mia vita sotto scorta).
Ma non è solo la paura immediata, che pure penso abbia il suo effetto, è il discredito e il disprezzo della corporazione e quindi, di conseguenza, dell'opinione pubblica. I giornalisti sono soprattutto sopraffatti da una legge non scritta, da qualcosa che è ben più del conformismo: si chiama senso di identità, la legge non scritta di ciò che un giornalista deve essere e fare. Il suo lavoro, in questa storia, è infatti descrivere le sofferenze del popolo palestinese come "main issue".
I palestinesi non interessano per nessun altro aspetto, chi ne sa molto di più? Sulla condizione delle donne, sulle carceri, sulla corruzione, sulla speranza di certe imprese economiche, chi scrive mai? Sulla loro politica, quella di uno Stato totalitario, sappiamo solo che Abu Mazen è arrabbiato con Netanyahu, e poco più.


Durante l'Intifada, prima di Scudo di Difesa che rimise i palestinesi sulla difensiva, la sofferenza più tragicamente evidente era quella degli israeliani: ma avevo un bel fare a raccontare giorno dopo giorno cosa significa il fatto che tutto, gli autobus, i caffè, i supermarket, tutto saltava per aria per mano di terroristi suicidi.

I morti, i feriti ovunque, la sofferenza atroce degli israeliani non è mai diventata issue comunicativo centrale, mentre il leit motiv della sofferenza palestinese lo restava comunque, tanto che ricordo la descrizione della casa di Yehye Ayash dopo che fu ucciso con immagine patetica della moglie e del bambino (fotografato con il mitra del papà), l'eliminazione dello sceicco Yassin descritto come un povero paralitico, le fanciulle biancovestite, che salutavano il padre e la madre e accompagnate dal fratello andavano a compire giustificati omicidi plurimi. Erano delle povere, purissime ragazze. La sofferenza sociale dei palestinesi è rimasta erroneamente a lungo lo sfondo di quelli che invece erano delitti puramente ideologici e religiosi.


I giornalisti non sono parte neutra nel conflitto, ma parte attiva: infatti essi partecipano alla guerra perché infliggono a Israele una sofferenza morale molto acuta, che si aggiunge all'aggressione continua delle parole di fuoco che ogni Paese arabo (più la Turchia e l'Iran) dedicano a Israele, e di fatto la strenua ricerca delle ragioni palestinesi anche quando non ci sono (per esempio certo, a una mente razionale, ma non a un giornalista straniero è difficile capire perché Hamas bombarda i civili israeliani se non in una logica islamista) crea uno sfondo sociale terzomondista del tutto contraddetta dai fatti.

Ogni tanto un giornale pubblica qualche immagine dei mercati di Gaza, che, perbacco, sono pieni di beni e di gente che li acquista. Ma a che vale questo servizio? La storia resta una curiosità, come anche gli aiuti che a camionate entrano a Gaza ogni giorno, i malati curati negli ospedali israeliani. Quello che conta nella cronaca è il soldato crudele che ha picchiato un bambino, o quello che con la sua testimonianza può comprovare la tesi che gli israeliani sono razzisti, predatori, persecutori.
La continua disponibilità di soggetti pronti a farlo, è direttamente proporzionale alla tua buona fama di giornalista: cioè, se trovi un soldato delle riserve (cronaca di questi giorni) che rivela le inutili intromissioni nella privacy dei palestinesi alla ricerca di debolezze che consentano poi di estrarre collaborazione, il giornale ti ringrazia e tutti riprendono il tuo pezzo. Se intervisti un gruppo di cristiani che affermano l'indelebile verità (cronaca di questi giorni) che Israele difende i cristiani dall'aggressione islamista, oppure racconti che Israele cura i ribelli siriani che fuggono feriti dentro i suoi confini, sono curiosità, non organica verità.

A volte la menzogna raggiunge un vero apogeo, per esempio molti giornalisti hanno lasciato correre l'idea che Gaza rispondesse coi missili alle ricerche degli assassini dei tre studenti rapiti e uccisi: una vera follia, perché questa ricerca si svolgeva nel West bank e inoltre certo non aveva avuto tratti di aggressione alla popolazione civile.
Era una ricerca molto accurata, molto tragica, molto determinata, e poi Hamas ha aggredito con i missili. Ed era sempre stata lei ad aver perpetrato il rapimento, e l'ha fatto dopo aver firmato con Abu Mazen per un governo di coalizione! Già, il governo di coalizione: chi si è ricordato, fra i giornalisti che Abu Mazen aveva appena stipulato un patto con Hamas prima della guerra terrorista? Chi ha posto domande su questo punto, al "moderato" anzi moderatissimo Abbas?

Di fatto tutta la storia è stata raccontata alla rovescia, nessuno ha osservato da vicino come si svolgeva la guerra in cui i palestinesi che sono morti sono stati vittime soprattutto di Hamas, di un'aggressione senza ragione (Gaza è sgomberata da tempo), dell'assedio senza vergogna non di Gaza ma di un popolo di innocenti, quello ebraico, delle famiglie che vivono nei kibbutz di confine.

Non si è potuto leggere se non in accenni di cronaca, la storia della perdita, goccia a goccia, di 64 ragazzi che hanno sacrificato la loro vita senza paura, senza retorica, senza odio, senza sentimenti bellicistici uno a uno, entrando di notte a piedi fra i terroristi di Hamas per salvare la vita del proprio popolo.


E' curioso quanto i media possano disinformare, quanto il conflitto arabo israeliano sia stato ignorato in tutto quello che non serviva all'immagine conformista che doveva essere onorata. Negli anni, bastava guardarsi intorno, chiedere ad Arafat se era lui a promuovere il terrorismo (ne era fiero), leggere i suoi discorsi, intervistare i suoi uomini, andare nelle case delle famiglie dei terroristi appena morti nelle esplosioni; bastava andare a Jenin per vedere che non si era trattato di una strage di palestinesi innocenti ma di una battaglia con morti da ambedue le parti; seguire attentamente la vicenda di Mohammed Al Dura per capire che si trattava di uno scontro a fuoco che forse (e ancora non è certo) aveva causato la morte di un fanciullo, ma che non si sapeva di chi fosse il proiettile.
A Gaza si è riprodotta la solita situazione che ha causato tanta disinformazione: per prima cosa, i giornalisti hanno avuto il permesso di guardare solo quello che voleva Hamas, i terroristi non si potevano fotografare, solo le vittime. I guerrieri non esistevano, solo i bambini, ma soprattutto i giornalisti volevano seguitare a partecipare al picnic della verità nascosta, e ritrovarsi a cena all'American Colony di Gerusalemme.

 

 

 

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