Crea sito

 

 

La storia della striscia di Gaza

 

 

Premessa: tratto in parte da qui

 

La creazione di una striscia costiera intorno alla città di Gaza, lunga 40 chilometri e larga una decina per un'area complessiva di 365 chilometri quadrati, risale alla fine della guerra del 1948, 64 anni fa. La guerra scoppiò subito dopo l'approvazione della risoluzione dell'Onu che sanciva la creazione di due stati nell'allora Palestina, uno ebraico e l'altro arabo, di dimensioni uguali. I palestinesi e gli stati arabi non accettarono questa risoluzione e si preparano a distruggere il neonato stato ebraico.

 

Al termine del mandato britannico, il 15 maggio 1948, gli eserciti di tre paesi arabi invasero la Palestina: quello giordano a Est, il siriano a Nord e l'egiziano a Sud, per cercare di annientare lo stato di Israele. Dopo aspre battaglie gli israeliani riuscirono a respingere l'attacco giordano (che aveva messo sotto assedio Gerusalemme), a cacciare quello siriano dalla Galilea e a fermare quello egiziano a soli 78 chilometri da Tel Aviv. Al termine degli scontri, nelle mani dei palestinesi rimase solo metà del territorio loro assegnato dalla risoluzione Onu.

In quel territorio non venne fondato un nuovo stato palestinese ma rimase sotto il controllo di due paesi: la Giordania in Cisgiordania, e l'Egitto nella Striscia di Gaza. I giordani, che consideravano la Cisgiordania una possibile parte del loro regno, conferirono la cittadinanza ai profughi palestinesi stabilitisi a est del Giordano e protessero i luoghi santi di Gerusalemme est. Poiché si sentivano vicini ai palestinesi da un punto di vista etnico mantennero con loro rapporti relativamente buoni e ne garantirono il libero transito verso altri paesi arabi. Ma la situazione era diversa nella Striscia di Gaza.

Gli egiziani trattarono con durezza i palestinesi della Striscia, isolati dai loro fratelli e dal loro popolo in Cisgiordania. Li consideravano un inutile peso, un grattacapo piombato loro addosso a causa della sconfitta subita contro Israele, del quale continuavano a non riconoscere la legittimità e con il quale avevano concordato una tregua incerta. I numerosi profughi palestinesi, cacciati o fuggiti dai loro villaggi durante la guerra del 1948 e affollatisi nella Striscia, venivano considerati dagli egiziani un popolo problematico e distaccato dalle sue radici.

Va inoltre detto che la Striscia di Gaza è lontana dalle città egiziane, dalla quali è separata dal Canale di Suez e dal deserto del Sinai. Gli egiziani, quindi, non concessero mai la cittadinanza ai residenti di Gaza e, in pratica, rimasero in attesa del momento in cui si sarebbero potuti sbarazzare di questa regione che ricordava loro la sconfitta militare subita nella guerra del 1948. La crudeltà degli egiziani contro la popolazione di Gaza risvegliò l'ostilità di quest'ultima ed echi di questo sentimento sono tuttora visibili nella guerra in corso.

 

Nonostante infatti le melliflue parole di solidarietà, tra egiziani e palestinesi di Gaza c'è una costante tensione che oggi si manifesta con tutta la sua forza. I primi accusano i secondi di intromettersi negli affari interni del loro paese e partecipano quindi attivamente al blocco brutale a loro imposto negli ultimi anni. La Striscia di Gaza rimase sotto il controllo dell'Egitto fino al giugno del 1967, a eccezione di un brevissimo periodo - qualche mese - dopo la campagna del Sinai, nell'ottobre 1956. Allora Israele sconfisse l'esercito egiziano e conquistò l'intero deserto del Sinai e, nell'impeto dell'avanzata, senza difficoltà e in un solo giorno, anche la Striscia di Gaza.

Al termine di quella breve guerra, alla quale presero parte anche Francia e Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica imposero, congiuntamente ed esplicitamente, a Israele di arretrare entro le linee dell'armistizio del 1948. Lo stato ebraico si ritirò dal deserto del Sinai nel giro di pochi mesi. Per un brevissimo periodo esitò se ritirarsi dalla Striscia di Gaza, che in ogni caso fa parte della Terra d'Israele/Palestina, ma, obbedendo all'ordine delle due potenze e incerto su come gestire quella regione affollata di campi profughi, retrocesse e Gaza fu riconsegnata all'Egitto che non ebbe altra scelta che quella di riprenderla sotto il suo patrocinio.

 

Nel 1967 scoppiò la Guerra dei Sei Giorni a causa dell'incontrollata e irresponsabile provocazione del dittatore egiziano Abdul Nasser. Per sei giorni Israele combatté con successo su tre fronti: a nord, contro i siriani, dove conquistò le alture del Golan, a est, contro i giordani, dove conquistò la Cisgiordania, e a sud, contro gli egiziani, dove occupò tutto il deserto del Sinai. E, ancora una volta, nell'impeto dell'avanzata, riconquistò in un solo giorno la Striscia di Gaza.

L'incredibile facilità con cui venne conquistata la piccola Striscia nel 1956 e nel 1967, malgrado la presenza di carri armati e dell'artiglieria egiziana, si contrappone all'attuale paura e difficoltà di penetrarvi dell'esercito israeliano (diventato molto più forte negli anni trascorsi da allora) e indica principalmente l'immenso cambiamento avvenuto nella determinazione, nella forza, nell'ingegno, nell'audacia e nella disponibilità al sacrificio dei discendenti dei profughi rispetto all'atteggiamento di sottomissione dei loro padri in passato.

 

Non è un caso che nel trattato di pace firmato con Israele nel 1979 gli egiziani rifiutarono di riprendersi la Striscia. Accettarono con gioia il deserto del Sinai ma lasciarono questa problematica regione nelle mani di Israele. Gaza è parte della Palestina, così stabilì chiaramente il presidente egiziano Anwar Sadat, e da ora in poi sarà un problema di voi israeliani come gestirla e come ricongiungere i suoi residenti ai loro fratelli in Cisgiordania per creare un'unica entità. Dopo tutto, nell'accordo di pace, vi siete impegnati a risolvere il problema palestinese, pur non avendo spiegato come.

 

Gaza non è un territorio occupato da Israele. Lo è stato dopo il 1967 (prima faceva parte dell'Egitto). Poi è stato dato ai palestinesi dopo il 1993 (il 2005 c'è stato il ritiro completo di Israele).

 

Era meno di 10 anni fa che le televisioni di tutto il mondo mostravano l'esercito israeliano trascinare via a forza i coloni irriducibili giù dai tetti di una sinagoga nella Striscia di Gaza, mentre Israele sradicava gli insediamenti, espelleva i suoi cittadini e ritirava il suo esercito, restituendo ogni centimetro di Gaza ai palestinesi. Non era rimasto un solo soldato, non un solo colono, non un solo israeliano a Gaza.
E non c'era nessun blocco. Anzi. Israele voleva che questo nuovo stato palestinese avesse successo. Per aiutare l'economia di Gaza, Israele aveva dato ai palestinesi le sue 3.000 serre che producevano frutta e fiori per l'esportazione. Aveva aperto i valichi di frontiera e incoraggiato il commercio.
L'idea era quella di stabilire il modello per due Stati che vivono pacificamente e produttivamente fianco a fianco. Nessuno sembra ricordare che, contemporaneamente con il ritiro da Gaza, Israele aveva smantellato anche quattro piccoli insediamenti nel nord della Cisgiordania, come chiaro segnale della volontà di Israele di lasciare anche la Cisgiordania e quindi giungere a una soluzione amichevole di due stati.
Questa non è storia antica. Questo è successo nove anni fa.
E come hanno reagito i palestinesi di Gaza alle concessioni degli israeliani, concessioni che nessun dominio precedente, né egiziano, né inglese, né turco, aveva mai dato loro: un territorio indipendente? In primo luogo, hanno demolito le serre. Poi hanno eletto Hamas. Poi, invece di costruire uno stato con le sue relative istituzioni politiche ed economiche, hanno impiegato buona parte di un decennio a trasformare Gaza in un’enorme base militare, piena zeppa di armi del terrorismo, per fare la guerra incessantemente contro Israele.
Dove sono le strade e le ferrovie, l'industria e le infrastrutture del nuovo stato palestinese? Da nessuna parte. Invece, hanno costruito chilometri e chilometri di tunnel sotterranei per nascondervi le armi e, quando il gioco si fa duro, anche i loro comandanti militari. Hanno speso milioni a importazione e produrre razzi, lanciarazzi, mortai, armi leggere, e anche droni. Li hanno deliberatamente collocati in scuole, ospedali, moschee e case private, per esporre meglio i propri civili. E da questi luoghi sparano razzi su Gerusalemme e Tel Aviv.

 

Chi assicura allora la sussistenza del popolo di Gaza? Pochi sanno che:


- la fornitura di energia elettrica è fatta da Israele;
- la fornitura di acqua potabile è fatta da Israele;
- la logistica degli aiuti che arrivano a Gaza dal mondo è fatta da Israele;
- la cura dei feriti e la cura di pazienti palestinesi con gravi patologie è fatta dagli ospedali israeliani.

- a Gaza non vi è nulla che possa fare gola a Israele, non vi sono più risorse agricole, dopo che Hamas ha distrutto le serre che Israele aveva lasciato intatte al momento della sua uscita da Gaza, non materie prime, neppure una posizione particolarmente strategica. Israele sarebbe felicissimo di dimenticarsi di Gaza, come ha potuto dimenticarsi del Sinai dopo averlo restituito all'Egitto in cambio del trattato di pace trent'anni fa. è Hamas che non glielo consente.

- quando Hamas bombarda i civili Israeliani, è proprio Israele a fornire aiuto a Gaza facendo passare oltre 200 camion pieni di viveri, di cibo, di medicinali e prodotti base. Per prevenire una crisi umanitaria, a Gaza entrano inoltre 200.000 litri di carburante al giorno. Intanto pazienti palestinesi, di Gaza e del West Bank, sono curati in diversi ospedali israeliani.


In cambio di questa azione umanitaria fornita da Israele senza obbligo alcuno, Hamas evita di spendere risorse per case, scuole ed ospedali. Le spende per acquistare missili ed armi. La tecnica bellica di Hamas è infatti puramente terroristica. I suoi missili e razzi vengono lanciati a centinaia sulle città israeliane senza selezionare obiettivi ma puntando deliberatamente alla popolazione civile.
Hamas sa che il sistema difensivo di Israele è il più avanzato del mondo, ma lanciano missili "inutili" ma sperano che un buco si possa determinare nel sistema antimissile e causare morti. Inoltre, lanciano missili per provocare la risposta di Israele. Poi proteggono i missili e la basi di lancio con scudi umani perché ci siano morti palestinesi, ottenendo così consenso a livello internazionale.

 

Pare che l'intero processo che ha portato Hamas e i suoi straordinari record di violazioni sistematiche dei diritti umani siano completamente dimenticati. Dopo le elezioni, Hamas ha iniziato una guerra a Fatah per il controllo del potere, vincendo a Gaza. L'instaurazione di un regime islamico a Gaza è passata per varie fasi, come la repressione dell'opposizione, l'introduzione di norme conformi alla shari'a e il consolidamento di un regime tirannico a Gaza.
La repressione dell'opposizione si è concentrata in primi due anni di guerra civile che hanno soffocato le voci di Fatah, i cui affiliati sono stati prima espulsi dagli uffici pubblici, minacciati, poi messi in prigione e giustiziati. La repressione continua ancor oggi, anche se l'opposizione si è fatta più quieta. Hamas reprime anche altre voci di opposizione, con la polizia interna che prende di mira gli "occidentalizzanti", il cui aspetto poco orientale li fa automaticamente identificare con Fatah.


Hamas ha poi instaurato una tirannide di ispirazione islamica, limitando i diritti delle donne e delle minoranze. Per un periodo è stato reintrodotto il pagamento della jizya, la tassa che gli infedeli devono pagare a un regime islamico in cambio di protezione, è stato imposto il velo anche alle poche donne cristiane rimaste, ed è stata istituita la " polizia morale ". Il sistema educativo è stato ancor più radicalizzato e i campi estivi per ragazzi sono stati trasformati in campi di addestramento per giovani terroristi. Attivisti dei diritti umani e giornalisti che hanno denunciato le prime violazioni sono stati espulsi, come tra il 2007 e il 2008.


Negli ultimi otto anni, i numerosi proventi che Hamas riceve dal mondo arabo e islamico e quelli che riesce a raccogliere dagli aiuti umanitari sono serviti all'acquisizione di missili, alla costruzione della Gaza sotterranea per arrivare a infiltrarsi in Israele. Le critiche dell'UNRWA per l'uso delle scuole gestite dall'agenzia ONU per i palestinesi come magazzini di missili e per la poca trasparenza nella gestione degli aiuti umanitari sono state presto dimenticate, mentre le altre violazioni passano nel silenzio più totale.

 

L'ideologia di Hamas chiama alla distruzione di Israele e alla conquista di tutto il suo territorio, senza la possibilità di accordi o compromessi, come c'è scritto nel suo statuto. E' un'ideologia che esalta esplicitamente la morte, chiamandola “martirio”, fino alla pratica degli attentati suicidi. Ha dichiarato un alto suo dirigente in un video che si trova facilmente su Internet: “ Noi amiamo la morte per Allah. Hamas ama la morte come gli israeliani amano la vita. Oggi gli israeliani, stanno combattendo i soldati divini che amano la morte per Allah e il Martirio, come voi amate la vita."

Questo spiega il fatto sconvolgente che Hamas non difende la propria popolazione civile, come fa Israele, ma la usa come scudo umano per le proprie armi, esponendola alla sorte “felice” del martirio. Quando sistematicamente si sparano razzi, colpi di mortaio, fucilate da scuole, case affollate, asili, ospedali, come è stato abbondantemente documentato, è inevitabile che la reazione coinvolga dei civili.

Le morti di donne, bambini e altri civili durante la guerra di Gaza è una cosa terribile, ma bisogna capire che sono state volute e perfino progettate da Hamas, mentre Israele ha fatto tutto quel che poteva per evitarle, ben consapevole fra l'altro che sarebbero state usate contro di lui.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org