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Storia di Israele in Palestina: la guerra del 1967 e le conseguenze

 

 

Premessa: tratto da qui Un lungo ed esaustivo lavoro di Stefano Davidson, dagli inizi ai giorni nostri. 

 

Parliamo della guerra dei sei giorni (1967), quando solo l’intervento internazionale ferma la incontenibile avanzata di Israele verso i paesi arabi limitrofi (in particolare l’Egitto). Suddetta guerra è da molti imputata ad un attacco proditorio da parte di Israele nei confronti dell’Egitto, ma come al solito la disinformazione la fa sempre da padrona per cui nessuno si prende mai la briga di ricordare che nel maggio 1967 Nasser ricevette falsi rapporti dall’Unione Sovietica secondo i quali Israele stava ammassando truppe al confine siriano; Nasser iniziò allora ad ammassare truppe nella Penisola del Sinai, lungo il confine israeliano (16 maggio) ed espulse la forza UNEF da Gaza e dal Sinai (19 maggio) occupando le posizioni dell’UNEF a Sharm el-Sheikh, sugli Stretti di Tiran. (Nel ’67 Nasser non espelle le truppe Onu dal Sinai, bensì intima all’Onu di toglierle di mezzo perché deve andare a distruggere Israele, e l’Onu, nella persona del segretario generale U’ Thant obbedisce istantaneamente. N.d.R.)

Israele allora ripeté le dichiarazioni fatte nel 1957, secondo le quali una chiusura degli stretti sarebbe stato considerato un atto di guerra o comunque una giustificazione per la guerra.

Nasser di contro, dichiarò gli Stretti chiusi alle navi israeliane il 22-23 maggio. Immediatamente dopo il 30 maggio, la Giordania e l’Egitto firmarono un patto di mutua difesa. Il giorno successivo, dietro invito giordano, anche l’esercito iracheno iniziò a schierare truppe e unità corazzate in Giordania, con un successivo rinforzo di un contingente egiziano. Soltanto allora, considerato il precipitare degli eventi, in data 1º giugno, Israele formò un governo di unità nazionale allargando il gabinetto e, solo il 4 giugno, dopo aver preso definitivamente coscienza dei rischi che lo Stato d’Israele stava correndo visto l’allargamento dell’alleanza araba, fu presa la decisione di aprire le ostilità. Il mattino successivo quindi, Israele lanciò l’Operazione Focus, e un attacco aereo a sorpresa a larga scala, sancì l’inizio della Guerra dei sei giorni.

A questo punto l’ONU emise la famosa risoluzione 242 ove si chiedeva il ritiro di Israele dai territori occupati e che segnò la nascita dell’OLP (cfr. Nota 4).

Nel 1973 gli arabi ci riprovano di nuovo e, questa volta, a tradimento (la famosa guerra del Kippur) con il solito risultato disastroso di una sonora sconfitta e con il solito intervento affannoso dell’ONU che ferma le truppe israeliane ormai dirette a un tranquillo week end alle piramidi di El Giza


Nel 1993 gli accordi di Oslo, firmati a Washington, sancirono nuovamente l’applicazione della risoluzione 242.

Ora è necessario però spiegare meglio cosa sia questa “risoluzione” visto che pare essere uno dei principali oggetti del contendere.

Dunque, il 22 novembre 1967, all’indomani della Guerra dei Sei Giorni, il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite adottò la risoluzione 242. Essa fu internazionalmente riconosciuta come la base giuridica dei negoziati tra Israele e i vicini arabi. Fu il risultato di cinque mesi di intense trattative. Ogni sua parola fu attentamente soppesata. Da allora, per i successivi quarant’anni, la 242 ha rappresentato la cornice legale per una soluzione di pace del conflitto arabo-israeliano. La 242 è infatti la sola risoluzione del Consiglio di Sicurezza che sia stata accettata da tutte le parti del contenzioso come base per la ricerca della pace: sia i due accordi di pace rispettivamente con Egitto e Giordania, sia gli accordi ad interim di Oslo con l’Olp si fondano infatti sulla 242.

Purtroppo i siti di “disinformazione scorretta” e di propaganda filo-araba forniscono quotidianamente un’ interpretazione completamente errata della succitata risoluzione 242, e sostengono che essa prescriverebbe il ritiro di Israele sulle linee del 4 giugno 1967 (i ‘confini indifendibili’), ‘restituendo’ cioè Gaza (ad oggi già ceduta) e la West Bank.

Questo modo di informare scorrettamente alimenta la leggenda che Israele non rispetti le risoluzioni dell’Onu (cfr. nota 5), sostenendo che Israele le violerebbe dal momento che, nonostante la 242, non si è ritirato da tutti i territori conquistati nel 1967.

LA VERITÀ È INVECE BEN DIVERSA: LA RISOLUZIONE 242 NON CHIEDE AFFATTO A ISRAELE DI RITIRARSI UNILATERALMENTE E SENZA CONDIZIONI.

La 242 infatti è composta da due parti:

A) I paesi coinvolti nel conflitto devono negoziare la pace e riconoscersi a vicenda.

B) Israele deve operare un ritiro (ma non è non definito).

Il primo punto espresso dalla risoluzione riguarda la ‘inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra’. Alcuni interpretano questo come a voler dire che Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori conquistati durante la sua difesa. Al contrario, il riferimento si applica chiaramente solo ad una guerra offensiva. Se così non fosse, la risoluzione sarebbe di fatto un incentivo alle aggressioni. Se un paese ne attaccasse un altro, e il difensore respingesse l’attacco acquisendo così nuovi territori, questa interpretazione obbligherebbe il difensore a restituire all’aggressore tutti i territori in questione. Ogni paese potrebbe attaccarne un altro e, in caso di sconfitta, recuperare sempre e comunque tutto il suo territorio, senza aver nulla da perdere.

NON DIMENTICHIAMOCI CHE LA GUERRA DEL 1967 FU SCATENATA UNILATERALMENTE DAGLI ARABI, CON L’INTENTO DICHIARATO DI ANNIENTARE ISRAELE.

In secondo luogo, la 242 chiede il “ritiro delle forze armate israeliane da territori (“FROM TERRITORIES”) occupati nel recente conflitto”.

L’ARTICOLO DETERMINATIVO “I” (“DAI TERRITORI”) O IL TERMINE “TUTTI” DAVANTI ALLA PAROLA TERRITORI NON VENNERO INSERITI NELLA RISOLUZIONE. E NON SI TRATTÒ CERTO DI UN ERRORE DI BATTITURA. LO SCOPO DEGLI ESTENSORI DEL TESTO DELLA RISOLUZIONE, INFATTI, ERA CHIEDERE CHE ISRAELE SI RITIRASSE SENZA INDICARE L’ESTENSIONE ESATTA DEL RITIRO: LA COSA VENIVA LASCIATA AL NEGOZIATO FRA LE PARTI.

HUGH MACKINTOSH FOOT BARON CARADON CHE INSIEME AD ALTRI DIPLOMATICI REDASSE LA BOZZA DELLA RISOLUZIONE MISE BENE IN CHIARO, SUCCESSIVAMENTE, CHE QUESTA ERA ESATTAMENTE LA LORO INTENZIONE.

ED ESSENDO LA RISOLUZIONE SCRITTA OVVIAMENTE IN INGLESE L’ESPRESSIONE USATA PER IL RITIRO FU: WITHDRAWAL [...] FROM TERRITORIES che alla lettera non è assolutamente prescrittiva sui termini esatti del ritiro. I DISINFORMATORI SI BASANO OVVIAMENTE SULLA TRADUZIONE DELLA RISOLUZIONE IN FRANCESE DOVE L’ESPRESSIONE SI TRASFORMA IN: retrait [...] des territoires che sembrerebbe implicare un ritiro integrale. Tutto questo accade nonostante Lord Caradon abbia dichiarato esplicitamente in un’intervista:

« La frase essenziale e mai abbastanza ricordata e’ che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente. »

Nonché anche l’allora Presidente degli Stati Uniti, il democratico Lyndon Baines Johnson abbia sottolineato come:

« Non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare linee di confine tra di loro tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati. »

Tutto ciò avviene perché la parte araba, di cui i siti di disinformazione sono portavoce, ha sempre sostenuto che la risoluzione chiede a Israele di ritirarsi completamente dai territori conquistati durante la guerra dei sei giorni. A ‘riprova’, se ci fate caso, da costoro viene sempre esibita SOLO ED UNICAMENTE la versione della risoluzione in lingua francese.

I SOVIETICI, GLI ARABI E I LORO ALLEATI FECERO DI TUTTO PER INSERIRE NELLA BOZZA DI TESTO DELLA RISOLUZIONE LA PAROLA “TUTTI” DAVANTI AI “TERRITORI” DA CUI ISRAELE DOVEVA RITIRARSI. MA LA LORO RICHIESTA FU RESPINTA. Alla fine, lo stesso primo ministro sovietico Kossygin contattò direttamente il presidente americano Lyndon Johnson per chiedere l’inserimento della parola “tutti” davanti a “territori”. Anche questo tentativo fu respinto. Kossygin chiese allora, come formula di compromesso, di inserire l’articolo determinativo ‘i’ davanti a “territori” (“dai territori” anziché “da territori”). Johnson rifiutò rispondendo quanto già citato sopra.

Subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, il primo ministro israeliano Eshkol chiarì la posizione di Israele, ponendo le logiche condizioni per un negoziato:

“FINCHE’ I NOSTRI VICINI PERSISTERANNO NELLA LORO POLITICA DI BELLIGERANZA E CONTINUERANNO A PROGETTARE LA NOSTRA DISTRUZIONE, NOI NON LASCEREMO I TERRITORI CHE SONO ORA SOTTO IL NOSTRO CONTROLLO E CHE RITENIAMO NECESSARI PER LA NOSTRA SICUREZZA E AUTODIFESA. SE INVECE I PAESI ARABI ACCETTERANNO DI DISCUTERE DI PACE CON NOI DIRETTAMENTE, ALLORA NON VI SARÀ PROBLEMA CHE NON POSSA ESSERE RISOLTO IN NEGOZIATI DIRETTI A VANTAGGIO DI TUTTE LE PARTI”.

(Sembra quasi di sentire dichiarazioni attuali mi sembra, o no?

LA RISPOSTA ARABA NON SI FECE ATTENDERE. IL 1 SETTEMBRE LA LEGA ARABA RIUNITA A KHARTOUM (SUDAN) RIBADÌ ‘I TRE NO’: “NO AL RICONOSCIMENTO DI ISRAELE, NO AL NEGOZIATO CON ISRAELE, NO ALLA PACE CON ISRAELE”. CUI PRODEST? A chi giova tutto ciò?

Lo status quo, è scontato che faccia comodo agli occidentali, e in particolare agli americani, perché una forte potenza militare filo-occidentale e di frontiera è assolutamente indispensabile nel tormentato Medio Oriente, soprattutto se direttamente a ridosso degli stati arabi più fanatici e più follemente integralisti. Ma nel contempo fa anche molto comodo ai dirigenti delle organizzazioni palestinesi, Hamas compresa, perché non ci avranno certo messo troppo tempo a capire quello che è ovvio: la formazione dello Stato palestinese significherebbe inevitabilmente la fine delle loro posizioni di privilegio, la fine di una situazione che sotto certi aspetti è per loro una vera pacchia poiché oggi non hanno certo la onerosa responsabilità di gestire una nazione che sarà assolutamente ingestibile e possono invece pompare fiumi di dollari dalle casse dei Paesi arabi vicini.

Il giorno che si realizzasse uno stato palestinese come farebbero i dirigenti palestinesi e Hamas a mandare avanti una baracca che non potrà mai funzionare e che ora, invece, così monca e incompiuta riesce a convogliare aiuti da mezzo mondo e, in definitiva dollari?

Tra l’altro le terre reclamate dai palestinesi, e delle quali comunque hanno già avuto dagli israeliani la maggior parte, consistono nella striscia di Gaza (sul Mediterraneo), nella Cisgiordania (attorno al Mar Morto), di sei città già tutte palestinesi (Qualqiliya, Jenin, Nablus, Tulkare, Ramallah e Betlemme) sparse qua e là per Israele e di 400 villaggi attorno alle città di cui sopra.

Il futuro stato palestinese, quindi, consiste in due territori abbastanza estesi, di cui uno praticamente desertico (Gaza) e l’altro in buona parte (la Cisgiordania) e di qualche villaggio, cittadina o villaggio sparsi qua e là per lo stato di Israele.

Il futuro stato palestinese, DICONO LE FONTI PALESTINESI, potrebbe contare su un prodotto interno lordo di 240 milioni di dollari (numero molto importante che rappresenterebbe poco più della decima parte del bilancio del Comune di Roma!). Ammettiamo perciò che il funzionario palestinese abbia dimenticato uno zero alla cifra che ha dichiarato, siamo sempre e comunque a bilanci assolutamente ridicoli per uno Stato che voglia definirsi tale o che, comunque voglia anche minimamente contrapporsi al suo potente vicino che ha un PIL di 150 mila miliardi. Non credo si debba essere degli esperti di politica per capire che uno Stato come quello sognato dal popolo palestinese non potrà mai esistere se nella sua forma e nei suoi confini non verrà ridiscusso soprattutto con i Paesi Arabi confinanti.


Ma secondo voi è possibile che esista uno Stato dove per andare da un posto all’altro ci vuole il passaporto? Uno stato privo di un tessuto industriale, agricolo e commerciale? Uno stato dove le merci per spostarsi dai luoghi di produzione (ammesso che ne esista qualcuno) a quelli di commercializzazione dovrebbero sottostare all’arbitrio del vicino?

Uno stato ove la erogazione dell’acqua è nel più completo arbitrio di quello Stato che fino a poco tempo ha bombardato con razzi e massacrato con attacchi terroristici, kamikaze e non, e che quindi prima della fondazione del suo Staterello era il nemico? Uno stato che non produce energia e dove, quindi, quando il povero palestinese deciderà di accendere la lampadina dovrà pregare Allah di far alzare dal letto per il verso giusto il gestore israeliano della più vicina centrale elettrica? E questo sarebbe uno Stato indipendente?

Ma non basta: l’impossibilità di gestire le reti elettriche, idriche, stradali e ferroviarie del loro futuro Stato li porterebbe ad un asservimento assoluto agli arbitrii degli israeliani; molto peggio di come accade oggi. SÌ, PERCHÉ OGGI GLI ISRAELIANI SONO I SOLI CHE ASSICURANO UN MINIMO DI SOPRAVVIVENZA ALLA POPOLAZIONE PALESTINESE E UN MINIMO DI ISTRUZIONE E DI ASSISTENZA.

Gli Stati arabi si limitano a finanziare Hamas e chiunque sia disposto a portare avanti la guerra ad Israele, punto e basta. Dei palestinesi non gliene può fregar di meno.

 

Torniamo comunque alla farsa della promessa ai “palestinesi” dello Stato Palestinese, mi domando: ma chi avrà la capacità, la forza e i capitali per gestire il tessuto statale quando tutte le principali leve dell’industria, dei servizi e dell’agricoltura sono in mano a quello che oggi considerano e trattano come nemico? Quale imprenditore straniero, anche se la manodopera costasse zero, vorrebbe mai produrre qualsiasi cosa in Palestina ben sapendo che potenzialmente, se la sua produzione si sviluppasse troppo e potesse quindi dare fastidio agli israeliani, si ritroverebbe subito con le frontiere chiuse, senza acqua e senza elettricità ed assolutamente impossibilitato ad esportare il frutto del suo lavoro. E quindi quello palestinese sarebbe uno Stato libero? Uno Stato per il quale vale la pena di andare a morire, contro i carri israeliani?

Se analizziamo con cura i pochi numeri sopra riportati e gettiamo uno sguardo alla ridicola mappa dell’eventuale Stato palestinese non possiamo fare altro che trarre una conclusione: i palestinesi debbono ringraziare Allah se il loro stato non vedrà mai la luce (a queste condizioni e senza concessione di territori da parte dei Paesi Arabi loro fratelli) altrimenti passeranno dalla attuale situazione di disagio e di povertà a quella di una assoluta indigenza.

Per chiarire meglio la cosa voglio fare un ulteriore esempio, ma questa volta utilizzando il “surreale” (tanto caro al prof. Sergio di Cori Modigliani a cui mando un abbraccio): SE QUALCUNO, ATTRATTO DALLE INDUBBIE CAPACITÀ E DALLA OPEROSITÀ DEI PALESTINESI, VOLESSE IMPIANTARE UNA PRODUZIONE DI SOFISTICATI MICROCIHPS A NABULUS COME FARÀ A RAGGIUNGERE PORTI O AEROPORTI PER ESPORTARLI SENZA LA COOPERAZIONE DI ISRAELE?

Quindi tu, palestinese, tu Hamas, stai attaccando e bombardando chi dovrebbe essere tuo “socio” in affari in una certa qual maniera? È furbo un comportamento del genere? Ovviamente no. Ma allora perché lo fanno?

Vogliamo dare un occhiatina a un paio di articoli dello Statuto di Hamas, l’organizzazione (terroristica) finanziata dai maggiori Paesi Arabi che dovrebbe solo “difendere” la causa palestinese?

Articolo 7

A causa della distribuzione dei musulmani che hanno adottato la dottrina del Movimento di Resistenza Islamico in tutto il mondo, e che lavorano per sostenerlo, mantenere le sue posizioni e rafforzare il suo jihad, il movimento ha carattere universale. La sua chiamata è ampia a causa della chiarezza del suo pensiero, della nobiltà del suo scopo, dell’ampiezza dei suoi obiettivi.

È su queste basi che il movimento deve essere visto, valutato con equità e riconosciuto nel suo ruolo. Chiunque nega i suoi diritti, o si rifiuta di sostenerlo, o è così cieco da non vedere il suo ruolo, in verità sta sfidando il fato stesso. E chi chiude gli occhi alla realtà, intenzionalmente o meno, si sveglierà per ritrovarsi sopraffatto dagli eventi e non avrà scuse per giustificare la sua posizione. Il premio si dà a coloro che arrivano per primi.

L’oppressione da parte dei propri parenti e concittadini è più dolorosa per l’anima del taglio di una spada indiana.

“E su di te abbiamo fatto scendere il Libro con la Verità, a conferma della Scrittura che era scesa in precedenza e lo abbiamo preservato da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Allah ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi” (Corano 5, 48).

Il Movimento di Resistenza Islamico è uno degli anelli della catena del jihad nella sua lotta contro l’invasione sionista. È legato all’anello rappresentato dal martire ‘Izz-Id-Din al-Qassam [1882-1935, su cui cfr. sopra in questo volume] e dai suoi fratelli nel combattimento, i Fratelli Musulmani del 1936 [che continuarono la lotta dopo che al-Qassam fu ucciso nel 1935]. E la catena continua per collegarsi a un altro anello, il jihad degli sforzi dei Fratelli Musulmani nella guerra del 1948, nonché le operazioni di jihad dei Fratelli Musulmani nel 1968 e oltre. Benché gli anelli siano distanti l’uno dall’altro, e molti ostacoli siano stati posti di fronte ai combattenti da coloro che si muovono agli ordini del sionismo così da rendere talora impossibile il perseguimento del jihad, il Movimento di Resistenza Islamico ha sempre cercato di corrispondere alle promesse di Allah, senza chiedersi quanto tempo ci sarebbe voluto. Il Profeta – le preghiere e la pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’ULTIMO GIORNO NON VERRÀ FINCHÉ TUTTI I MUSULMANI NON COMBATTERANNO CONTRO GLI EBREI, E I MUSULMANI NON LI UCCIDERANNO, E FINO A QUANDO GLI EBREI SI NASCONDERANNO DIETRO UNA PIETRA O UN ALBERO, E LA PIETRA O L’ALBERO DIRANNO: O MUSULMANO, O SERVO DI ALLAH, C’È UN EBREO NASCOSTO DIETRO DI ME – VIENI E UCCIDILO; MA L’ALBERO DI GHARQAD NON LO DIRÀ, PERCHÉ È L’ALBERO DEGLI EBREI” (citato da al-Bukhari e da Muslim).

Articolo 13

LE INIZIATIVE DI PACE, LE COSIDDETTE SOLUZIONI PACIFICHE, LE CONFERENZE INTERNAZIONALI PER RISOLVERE IL PROBLEMA PALESTINESE CONTRADDICONO TUTTE LE CREDENZE DEL MOVIMENTO DI RESISTENZA ISLAMICO. IN VERITÀ, CEDERE QUALUNQUE PARTE DELLA PALESTINA EQUIVALE A CEDERE UNA PARTE DELLA RELIGIONE. IL NAZIONALISMO DEL MOVIMENTO DI RESISTENZA ISLAMICO È PARTE DELLA SUA RELIGIONE, E INSEGNA AI SUOI MEMBRI AD ADERIRE ALLA RELIGIONE E INNALZARE LA BANDIERA DI ALLAH SULLA LORO PATRIA MENTRE COMBATTONO IL JIHAD.

“Allah ha il predominio nei Suoi disegni, ma la maggior parte degli uomini non lo sa” (Corano 12, 21).

Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza internazionale per cercare una soluzione al problema palestinese. Alcuni accettano l’idea, altri la rifiutano per una ragione o per un’altra, domandando il rispetto di una o più condizioni come requisito per organizzare la conferenza o per parteciparvi. MA IL MOVIMENTO DI RESISTENZA ISLAMICO – CHE CONOSCE LE PARTI CHE SI PRESENTANO ALLE CONFERENZE E IL LORO ATTEGGIAMENTO PASSATO E PRESENTE RISPETTO AI VERI PROBLEMI DEI MUSULMANI – NON CREDE CHE QUESTE CONFERENZE SIANO CAPACI DI RISPONDERE ALLE DOMANDE, O RESTAURARE I DIRITTI O RENDERE GIUSTIZIA AGLI OPPRESSI. QUESTE CONFERENZE NON SONO NULLA DI PIÙ CHE UN MEZZO PER IMPORRE IL POTERE DEI MISCREDENTI SUI TERRITORI DEI MUSULMANI. E QUANDO MAI I MISCREDENTI HANNO RESO GIUSTIZIA AI CREDENTI?

“Né i giudei né i nazareni saranno mai soddisfatti di te, finché non seguirai la loro religione. Di’: ‘È la Guida di Allah, la vera Guida’. E se acconsentirai ai loro desideri dopo che hai avuto la conoscenza, non troverai né patrono né soccorritore contro Allah” (Corano 2, 120).

NON C’È SOLUZIONE PER IL PROBLEMA PALESTINESE SE NON IL JIHAD. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini. Il popolo palestinese è troppo nobile per mettere il suo futuro, i suoi diritti, e il suo destino nelle mani della vanità. Come afferma un nobile hadith: “Il popolo della Siria è la frusta di Allah sulla Terra. Con loro si prende la sua rivincita su chi vuole. Ai loro ipocriti è vietato regnare sui loro credenti, e muoiono nell’ansia e nel rimorso” (riferito da al-Tabarani, come rintracciabile attraverso una catena di fonti fino al Profeta, e da Ahmad, la cui catena di trasmissione è incompleta. Ma deve trattarsi di un vero hadith, perché queste storie sono credibili, e Allah è veridico).”

AGGIUNGO PER DOVERE DI CRONACA CHE SECONDO IL MEMRI, I MASSIMI LEADER DI HAMĀS SONO PROMOTORI DELLA NEGAZIONE DELL’OLOCAUSTO. ABD AL-AZĪZ AL-RANTĪSĪ – CO-FONDATORE DI HAMAS ASSIEME AD AHMAD YASIN – IN UN ARTICOLO SU AL-RISALA (PUBBLICAZIONE SETTIMANALE DI HAMAS) HA DEFINITO LA SHOAH “IL FALSO OLOCAUSTO” E “LA PIÙ GRANDE DELLE MENZOGNE”, ED AFFERMATO CHE L’OLOCAUSTO NON È MAI AVVENUTO, CHE I SIONISTI ERANO DIETRO LE AZIONI DEI NAZISTI E CHE IL SIONISMO FINANZIÒ IL NAZISMO. IN QUESTO ARTICOLO RANTISSI HA ALTRESÌ NEGATO L’ESISTENZA DELLE CAMERE A GAS NONCHÉ ESPRESSO SOSTEGNO AI NEGAZIONISTI ROGER GARAUDY, DAVID IRVING, GERD HONSIK E FREDRICK TÖBEN; HA INOLTRE AFFERMATO CHE “I NAZISTI RICEVETTERO NOTEVOLI AIUTI FINANZIARI DALLE BANCHE E DAI MONOPOLI SIONISTI, E CIÒ CONTRIBUÌ ALLA LORO ASCESA AL POTERE”; HA INFINE ACCUSATO LA INVESTMENT BANK BERLINESE MENDELSSOHN & CO., DI PROPRIETÀ EBRAICA, DI AVER FINANZIATO I NAZISTI, DEFINENDOLA “BANCA SIONISTA”.

 

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ’50 fino agli Hezbollah degli anni ’80 e ’90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele.

L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna più nessuno.

 

 

 

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