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I danni ideologici del terzomondismo

 

 

 

Premessa: tratto da qui, qui qui e qui

 

L'occidente è avvelenato da una ideologia che oramai causa dei grandi danni perché non consente una corretta valutazione della realtà e spesso inverte la realtà dei fatti: si tratta del terzomondismo, che oramai fa parte della cultura popolare, politica e mediatica.

 

Quando cadde il Muro di Berlino tutto il mondo libero esultò. L'inconveniente fu che il marxismo-leninismo-stalinismo - in breve, il comunismo - rimase orfano, rimase senza ideologia. Il marxismo-leninismo è morto. Come sostituirlo? In Italia ed in Europa la trovata è stata il «terzomondismo», abbracciare la causa del Terzo mondo.

Il terzomondismo è l'atteggiamento ideologico sorto negli anni sessanta e settanta del Novecento all'interno di una parte dei movimenti di sinistra nei paesi capitalistici avanzati. Influenzato dalle lotte di liberazione anticoloniale e dalle rivoluzioni cinese (1949) e cubana (1959), considerava i popoli del Terzo mondo gli unici soggetti rivoluzionari in grado di distruggere o rigenerare la società corrotta dell'Occidente.

Secondo il terzomondismo, il sottosviluppo dei paesi del terzo mondo è un prodotto del colonialismo occidentale e delle sue seguenti derivazioni, ma non tiene conto che invece i paesi del terzo mondo fanno cattivo uso della propria indipendenza, vivono con regole primitive, sono pieni di abusi e violenze inaudite causate unicamente dalla loro gente, sono mossi da ideali distruttivi ed anti-progressisti che la cultura europea ha superato da secoli. Mentre nella realtà la causa della povertà del terzo mondo è l'autonoma volontà di vivere secondo regole distruttive, il terzomondismo vuol far credere esattamente l'opposto e dà la colpa all'occidente.

 

Il terzomondismo ha una pesante influenza sull'ideologia italiana ed europea, nonché si è diffuso anche nei paesi sottosviluppati, dove la propaganda terzomondista accusa l’Occidente di tutti i mali sofferti da loro negli ultimi sei secoli, arrivando anche a rendere credibile che sia bene respingere la cultura occidentale, o addirittura che l'occidente sia un nemico.

In Occidente, invece, causa forti errori di valutazione su cosa accade nel terzo mondo, allo scambiare i nemici per amici, a sottovalutare i pericoli dovuti all'immigrazione, a non vede l'influsso e gli effetti dell'islam nel mondo, porta a chiudere totalmente gli occhi sulle grandi ingiustizie che avvengono nei paesi del terzo mondo perché non è possibile dare la colpa all'occidente, agli USA o ad Israele, tutti esponenti della stessa cultura demonizzata dal terzomondismo.

 

 

Alcuni dei danni del terzomondismo in medio-oriente

 

Nelle settimane del conflitto tra Israele e Hamas, a migliaia sono scesi nelle strade delle capitali europee per manifestare contro Israele. Allo strabismo che connota lo sguardo delle opinioni pubbliche occidentali sulle vicende che riguardano Israele sono state dedicate diverse pagine nello scorso numero di questa rivista, dove si è posto l'accento sulla permanenza nelle nostre società di un sentimento antisemita. Per comprendere quel pregiudizio, tuttavia, vi è un altro utile tassello da inserire nel mosaico degli umori delle nostre pubbliche opinioni.

Un tassello che ci dice qualcosa anche sul perché tanti orrori, che pure arrivano nelle nostre case attraverso la televisione e la rete, non destino mobilitazione e passione. Restando alla storia recente e all'oggi, le carneficine e le pratiche repressive e terroristiche attuate dalle autorità politiche di paesi del Medio Oriente contro i loro stessi cittadini, così come il mostruoso dominio che i militanti del Califfato stanno costruendo, sembrano lasciare pressoché indifferenti i mobilitati permanenti contro gli Stati Uniti e Israele. Quel tassello è il lascito del terzomondismo. Il terzomondismo è un'ideologia manichea che divide il mondo in una parte buona e una cattiva e per la quale, naturalmente, europei e americani interpretano la parte dei cattivi.

Il terzomondismo appiattisce le nazioni occidentali sulle pagine più discutibili e tragiche della loro storia, come lo schiavismo e il colonialismo, e interpreta le fasi successive come evoluzioni del peccato originale di dominio e sfruttamento di altri popoli, sulla scorta della vulgata del famoso pamphlet di Lenin L'Imperialismo come fase suprema del capitalismo. Esso ignora, sottovaluta e svilisce il pensiero e le realizzazioni occidentali sul piano della costruzione di regimi altamente imperfetti – le democrazie liberali – ma che hanno posto al centro i diritti dell'individuo, il suo diritto all'autorealizzazione, il suo benessere.

Al tempo stesso assolve a priori i Paesi un tempo definiti del Terzo mondo, e in special modo i loro governanti, da qualunque responsabilità o colpa. Così Israele è comunque sempre dalla parte del torto anche perché viene iscritto all'universo dell'Occidente.

Specularmente, gli orrori di Hamas vengono sottovalutati e ridimensionati perché in fondo si tratta di vittime dell'imperialismo occidentale espresso in quel caso dallo Stato ebraico. Di fronte agli orrori degli islamisti si insegue sempre qualche forma di giustificazione, come l'umiliazione, la povertà, lo spossessamento, che naturalmente hanno a monte la causa della volontà di dominio – economico, finanziario, politico e militare – del malvagio Occidente. E se lo sdegno verso certe barbarie è unanime (come di fronte ai video delle decapitazioni di giornalisti occidentali), esso si manifesta soltanto quando le atrocità esplodono davanti ai nostri occhi e comunque rimane uno sdegno freddo, incapace di mobilitare passioni.

Si spiega in questo modo la sostanziale indifferenza verso la negazione di diritti umani, civili e politici, da noi considerati fondamentali, in Paesi che hanno però il "merito" di essere o essere stati, in qualche forma, vittime del cosiddetto imperialismo occidentale. In questo caso le donne lapidate o gli omosessuali che penzolano dalle gru iraniane non meritano nemmeno un millesimo dell'attenzione delle vittime dei bombardamenti israeliani, così come in passato scarsissima attenzione hanno ottenuto le vittime di regimi latino-americani, asiatici e africani più o meno feroci (alcuni ferocissimi, si pensi al totalitarismo cambogiano), tutte variazioni dell'ideologia anti-imperialista.

C'è dunque una pregiudiziale bontà attribuita all'altro solo perché altro (e qui si nota un inconscio atteggiamento razzista che richiama l'idea del buon selvaggio), ma è anche palese l'inconsapevolezza di ciò che si è, di ciò che l'Occidente rappresenta in termini di progresso, benessere e libertà. Inconsapevole e vergognandosi di sé, l'Europa balbetta mentre il mondo è in eruzione.

 

 

 

Il colonialismo non è responsabile dell'arretratezza del Terzo Mondo né del terrorismo islamico

 

E' opinione diffusa non solo tra i convinti aderenti all'ideologia della sinistra terzomondista, ma anche all'interno della Chiesa tra coloro più vicini alle posizioni no-global, che il Terzo Mondo sia povero e sottosviluppato a causa dello sfruttamento coloniale da parte dei Paesi occidentali. Le implicazioni di questa radicata convinzione sono della massima importanza per la sopravvivenza della civiltà occidentale, per capire le ingiustizie nei paesi poveri e combatterle.

Infatti, secondo l'ideologia terzomondista, quando i poveri e gli oppressi attuano una qualche forma di ribellione o resistenza violenta contro i ricchi e gli oppressori, stanno in realtà reagendo ad un'ingiustizia, quindi, qualunque ignominia essi commettano è comprensibile ed accettabile, proprio perché, in ultima analisi, in quanto risposta ad una provocazione, è responsabilità dei ricchi e degli oppressori. Questa idea, sebbene affascinante perché sembra fornire un potenziale interruttore per spegnere la violenza come quella islamica, semplicemente ponendo rimedio alle ingiustizie perpetrate, è in realtà estremamente pericolosa.


In questa sede, vorrei però dimostrare l'infondatezza della teoria rimuovendo la premessa della presunta responsabilità occidentale delle condizioni di indigenza e sottosviluppo dei paesi del Terzo Mondo inclusi quelli islamici.

L'analisi storica della distribuzione geografica dello sviluppo economico è una delle chiavi per la comprensione delle ragioni dell'esistenza del Terzo Mondo. E' possibile riconoscere la presenza di un asse, di una fascia che corre in direzione Ovest-Est definibile con il termine Eurasia lungo il quale nel corso della storia è prevalsa l'apparizione di grandiose civiltà. Questa regione, paragonabile alla “fascia di abitabilità” dei pianeti intorno alle stelle, come risultato in questo caso della distanza dall'equatore e non da un sole, è caratterizzata da condizioni geografiche, climatiche ed ecologiche favorevoli allo sviluppo della vita evoluta delle fiorenti civiltà.

Non è dunque una sorpresa che le grandi civiltà del passato siano nate e si siano sviluppate in particolare intorno al Mediterraneo, perché in questa sezione della fascia esiste un altro fattore propizio, la presenza del mare, ulteriore elemento di stabilizzazione climatica e una via estremamente agevole di comunicazione e commercio.

Le eccezioni, quali ad esempio l'Australia, si possono spiegare con il fatto di rappresentare delle estensioni coloniali recenti di potenti civiltà sorte comunque nella regione suddetta e intorno al Mediterraneo.

In altri casi, per esempio la Russia degli ultimi 100 anni rispetto agli USA, esse sono così diverse, seppure si collochino alla stessa latitudine, per effetto in questo caso del fallimento della Rivoluzione d'ottobre da una parte e il successo invece di quella americana dall'altra. In effetti, è difficile immaginare gli abitanti dell'Africa sub-sahariana, tropicale ed equatoriale riuscire a progredire rapidamente vivendo nella foresta equatoriale o tropicale, impossibilitati a dedicarsi all’agricoltura su larga scala così da consentire la crescita demografica, e sotto costante assedio da parte di eserciti di parassiti a partire dalla malaria ed altri quasi altrettanto pericolosi, da cui non esisteva alcuna protezione fino a qualche tempo dopo l'arrivo dei colonizzatori europei.

In Europa intorno al Mediterraneo l'impatto della sola malaria è visibile nella decisione di costruire i villaggi in cima ai monti per sfuggire all'attacco di questi implacabili nemici biologici, oltre che per garantire migliori possibilità di difesa da "nemici a due zampe".

Per cogliere l'importanza delle condizioni geografiche, climatiche ed ecologiche nella determinazione del percorso evolutivo di una comunità umana, bisogna tenere presente quali siano i presupposti più importanti per la crescita e l’evoluzione di una civiltà, ovvero lo sviluppo demografico e la possibilità di fondare insediamenti stabili. Tutto questo è però impossibile senza una fonte costante ed abbondante di cibo per la popolazione.

L’agricoltura, che sola è in grado di fornire risorse alimentari capaci di sostenere lo sviluppo di una civiltà, è però ostacolata alle latitudini equatoriali e tropicali dalla sostanziale bassa fertilità del suolo a dispetto della presenza di foreste lussureggianti. Come risultato dell’elevata temperatura che promuove una frenetica attività di decomposizione da parte dei batteri, ogni albero della foresta o animale che muore non resiste abbastanza per consentire l’accumulo di abbondante humus necessario alla coltivazione di piante destinate all’alimentazione umana.

Di conseguenza, lo strato fertile del terreno si estende soltanto per pochi centimetri e una volta abbattuti gli alberi per far posto ai campi, le piogge torrenziali dilavano rapidamente gli scarsi nutrienti lasciandosi un deserto di sabbia alle spalle. La foresta pluviale tipica di queste latitudini è un miracolo cresciuto sul deserto grazie alla simbiosi di organismi che consentono un rapidissimo riciclo dei pochi nutrienti disponibili.

Queste aree del globo in passato hanno potuto quindi alimentare tribù, ma difficilmente grandi agglomerati umani e urbani.

Il ruolo giocato dalla presenza del mare meriterebbe un articolo a sé stante, ma è facile intuirne i benefici in termini di stabilizzazione climatica (il clima è molto più salubre), fornitura di cibo in abbondanza attraverso la pesca, e agevolazione e promozione degli scambi commerciali con altri insediamenti umani.

Considerazioni di carattere geografico, climatico ed ecologico, unite alla verifica delle previsioni e implicazioni dell'ipotesi reattiva alla prova dei fatti, smentiscono dunque definitivamente la teoria sposata dalla sinistra terzomondista e da ampi settori della Chiesa che le potenze colonizzatrici occidentali siano divenute potenti e fiorenti a spese dei paesi del Terzo Mondo. Sebbene la colonizzazione abbia favorito l'ulteriore progresso dei colonizzatori, ma spesso anche quello delle "vittime" della colonizzazione, il successo di questi paesi è da imputare anzitutto all'appartenenza alla fascia euroasiatica descritta e alla sua sezione più favorevole localizzata intorno al Mediterraneo. La povertà o la primitività invece del Terzo Mondo è storicamente per lo più il risultato di essere nati o di essere rimasti a vivere nel posto sbagliato, lontano dalla “fascia di abitabilità”.

Le potenze coloniali occidentali hanno potuto colonizzare con relativa facilità perché erano già più evolute, ricche e potenti, non lo sono diventate sfruttando i paesi del Terzo Mondo, poveri e sottosviluppati di natura.

 

Quando si considera la ricaduta del colonialismo sul Terzo Mondo, bisognerebbe misurare il tributo imposto dalla colonizzazione occidentale contro i benefici di carattere scientifico, tecnologico, giuridico, demografico, etc. tratti da popoli meno civilizzati nell'interazione con popoli più avanzati, proprio come quando si valuta l'impatto complessivo dell'espansione dell'Impero romano, che, di solito, una volta presi in debita considerazione pro e contro, viene giudicato positivamente.

Tra tutti i possibili vantaggi, vale la pena di menzionarne uno di carattere esistenziale, intuibile gettando una rapida occhiata alla cartina geografica del continente africano e alla distribuzione delle aree di diffusione dell'islam e del cristianesimo, rispettivamente nella metà settentrionale e meridionale. Si può ragionevolmente argomentare che la colonizzazione europea potrebbe avere avuto il merito di salvare l'Africa dall'islamizzazione completa.

A questo proposito, non bisogna infatti dimenticare quando si valuta l'esempio più clamoroso di sfruttamento occidentale del Terzo Mondo, ovvero la tratta degli schiavi africani, il ruolo ben più drammatico giocato dagli arabi. Costoro, non soltanto rappresentarono i diretti responsabili della cattura degli schiavi destinati al mercato occidentale, razziando i villaggi dell'Africa Sub-sahariana, e causando la morte di almeno 120 milioni di persone secondo le stime, ma furono essi stessi schiavisti ben peggiori degli occidentali.

Inoltre, a differenza dei Paesi occidentali, che nel caso specifico degli Usa combatterono una guerra civile anche per l'abolizione della schiavitù, gli arabi hanno continuato e continuano a praticarla fino ai nostri giorni. Se non fosse esistito alcun limite all'espansione ulteriore dell'islam verso Sud, è facile estrapolare cosa sarebbe potuto accadere agli animisti che oggi professano la religione cristiana e per alcuni rappresentano il futuro della cristianità mondiale. Costoro, non potendo godere dei relativi vantaggi della dhimmitudine concessi ai cristiani ed ebrei, avrebbero subito il medesimo destino riservato ai correligionari più settentrionali, sarebbero stati cioè, con ogni probabilità, massacrati o ridotti in schiavitù.

Quasi nessuno però oggi in Occidente, neppure i discendenti afro-americani dei popoli ridotti in schiavitù e torturati dagli arabi, riconosce ai colonizzatori europei questo merito. Ancora più sorprendente è l'assoluta assenza del benché minimo rancore o critica nei confronti del mondo islamico per aver massacrato, sfruttato e schiavizzato le popolazioni del Terzo Mondo.


Per quanto concerne invece la povertà e l'arretratezza dei paesi islamici, esse sono per lo più il frutto di errori interni alla storia della civiltà islamica, più specificatamente una serie di decisioni, tre delle quali di importanza critica, prese nel passato dai governanti e dai leader religiosi del mondo islamico, che hanno impedito alla civiltà islamica non solo di mantenere la superiorità di cui godeva nel Medioevo, ma anche di tenere il passo con i rapidi progressi dell'Europa Cristiana.

Quando in Europa fu inventata la stampa nel XV secolo, e la notizia giunse alle orecchie del Sultano Beyazid II in Istanbul, costui avrebbe voluto promuoverne la diffusione anche nell'Impero Ottomano, ma gli ulema si opposero in nome dell'islam, una religione meno flessibile ed adattabile rispetto alle esigenze della modernità di quella cristiana.

Gli ulema decretarono che utilizzare la stampa per riprodurre la parola di Allah conservata nel Corano avrebbe costituito un sacrilegio. L'uso della stampa fu proibito ai musulmani per quasi quattro secoli, fino al 1729, ma concesso agli ebrei e ai cristiani dell'Impero, segnando così per sempre le sorti del mondo islamico. In breve, grazie a questa singola invenzione, la conoscenza si diffuse con rapidità inaudita nell'Europa Cristiana, accelerando il progresso scientifico e tecnologico che permise all'Occidente di riguadagnare terreno, superare e distanziare il mondo islamico.

La dhimmitudine, ovvero l´usanza radicata nella tradizione islamica di trattare i sudditi di religione non-islamica come cittadini di serie B, o come schiavi, che da un punto di vista economico e strategico non costituiva un problema all'inizio delle conquiste arabe all'interno della Penisola Arabica, con il crescere dell'estensione dei territori e delle popolazioni di infedeli controllate, si rivelò controproducente. In caso di guerra, a settori crescenti della popolazione non era concesso di combattere per l'Impero, mentre costoro potevano invece costituire una quinta colonna. Non solo, ma, come accadde per lo più nell'Impero Ottomano, i dhimmi erano spesso relegati a ruoli nell'ambito economico, quali il sistema bancario, del commercio e dei trasporti marittimi che in Occidente guidarono i progressi dal mondo medioevale a quello moderno.

Un'altra ferita auto-inflitta fu l'usanza detta Timar, un sistema feudale adottato dall'Impero Ottomano proprio quando l'Occidente si stava affrancando dai vincoli del feudalesimo, che aggiunse un freno ulteriore allo sviluppo economico.

Il colonialismo occidentale non è pertanto responsabile del sottosviluppo del Terzo Mondo, né del terrorismo islamico, semmai ha determinato, sebbene spesso involontariamente, un netto miglioramento delle condizioni di vita delle aree naturalmente indigenti e arretrate del pianeta. La Jihad non è una reazione del Terzo Mondo all'imperialismo e al passato coloniale, bensì un'aggressione motivata e alimentata dall'ideologia imperialista e violenta espressa e custodita nel Corano. Sarebbe dunque ora che l'Occidente si affrancasse dal perfezionismo esasperato che lo spinge ad auto-flagellarsi e tormentarsi coi sensi di colpa nei confronti del Terzo Mondo, e recuperasse invece il meritato orgoglio per la propria identità classico-giudaico-cristiana e il rispetto di sé stesso.

 

 

Le verità sul medio oriente

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